Design, la strategia anticrisi del Made in Italy

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Apr 292019
 

Oltre 192.446 imprese per un fatturato di circa 25 miliardi di euro. Questi i numeri europei del design nel 2017, un settore che si conferma come una delle più solide strategie anticrisi. Soprattutto per l’Italia, perché quasi una su sei di queste aziende parla la nostra lingua. Non è un caso che il design sia un marchio di fabbrica proprio del Made in Italy, contribuendo all’attrattività dei nostri prodotti a livello internazionale.

Anche grazie al design il Made in Italy oggi è il terzo marchio più conosciuto al mondo. E come spiega il report Design economy di Symbola, in collaborazione con Deloitte, nel 2017 le imprese del design italiano sono risultate le più numerose dell’area comunitaria, superando quota 30mila (30.828) e offrendo impiego a 50.226 lavoratori.

Imprese, occupati, e fatturato italiani crescono a un ritmo superiore alla media comunitaria

Rispetto all’anno precedente, nel 2017 in Italia, imprese (+5,6%), occupati (+1,9%), e fatturato (3,8 miliardi) sono cresciute a un ritmo superiore alla media comunitaria (fatturato +0,9% contro +0,6%), anche se questo non basta per colmare il divario con Germania (4,2 miliardi) e Regno Unito (6,2 miliardi).

Le imprese con meno di due addetti rappresentano ancora il 45% del totale. Un ruolo prevalente, quello delle piccole e piccolissime imprese, che tuttavia appare progressivamente in contrazione, grazie alla maggior dinamicità riscontrata dalle medie imprese del settore.

“Una nuova generazione di prodotti che risponda all’economia circolare”

“Il design Made in Italy – afferma il ministro per i Beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli – è una risorsa strategica e trasversale per il nostro Paese, un comparto dell’economia italiana in crescita, capace di connettere il mondo della progettazione con quello della produzione, della formazione, il settore del commercio con il turismo”.

Il design non è legato solo all’estetica: dall’ideazione di nuovi prodotti all’individuazione di nuovi mercati, fino alla ricerca di nuovi significati. Il design però è strategico anche per sviluppare una nuova generazione di prodotti che rispondano all’economia circolare: efficienza, minore impiego di materia ed energia, riciclabilità, riutilizzabilità. “Un passaggio fondamentale per una economia in grado di affrontare la grande sfida dei mutamenti climatici”, spiega il presidente di Symbola, Ermete Realacci.

Sul podio italiano del design Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte

Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte sono le regioni sul podio per la produzione di ricchezza e addetti legati al design, riferisce Adnkronos. In queste tre regioni risiede infatti oltre il 50% del valore aggiunto e degli addetti del settore. Seguono Veneto, Lazio e Toscana. Le imprese italiane di design si concentrano soprattutto là dove è più alta la produzione di made in Italy, a conferma del ruolo strategico che il design assume nel rapporto tra ideazione e produzione. In testa alla classifica delle province italiane c’è Milano, con un’incidenza dell’11,6%, seguita da Torino (6,5%) e Roma (5,6%), che da sole accolgono più di un quarto della base produttiva del comparto.

L’antropologia entra in azienda, e aiuta il marketing manager

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Mar 282019
 

Massimizzare le vendite è l’obiettivo di ogni azienda. Ma invece di chiedersi come farlo sarebbe meglio interrogarsi su come le forze culturali, alla base delle scelte di consumo, orientino il consumatore. Fra i colossi della Silicon Valley si sta diffondendo il ruolo del CPhO, ossia il Chief Philosophy Officer, una figura professionale che viene in aiuto al marketing manager tramite l’antropologia, e analizza le aspettative dei consumatori considerando valori culturali come famiglia, successo lavorativo, risorse, e sostenibilità ambientale.

I big data cedono il passo alla “cassetta degli attrezzi” dell’antropologo

XChannel, la società per le soluzioni di marketing e comunicazione crosscanale combina big data e scienze umane per generare un impatto diretto e positivo sulle vendite delle aziende. L’antropologia sposta il focus sull’esperienza diretta che un consumatore fa di un prodotto o di un servizio, si interroga sul perché lo abbandona o viceversa. Quindi, ragionare solamente in termini di business focalizzerebbe l’interrogativo sul come ridurre il tasso di abbandono e non sul perché gli utenti decidono di lasciare o cambiare marchio o gestore. I big data insomma devono cedere il passo alla “cassetta degli attrezzi” dell’antropologo per far vendere di più.

Una metodologia adeguata di raccolta dati e processi di analisi

Scegliere la metodologia di raccolta dati e i processi di analisi più adeguati è il primo step. I dati grezzi (fotografie, diari, video, note di campo), vengono raccolti e analizzati attraverso un rigoroso e complesso processo di decodifica. che richiede al ricercatore strumenti di valutazione e di elaborazione molto accurati. Per riuscire a sintetizzare i modelli di comportamento dei consumatori, l’antropologo analizza i dati raccolti, li riconduce al modo di agire dei fruitori (attraverso i loro sentimenti, i loro desideri, i loro obiettivi) e infine utilizza strumenti specifici per leggere e spiegare cosa guida le loro scelte e le loro azioni. Lo “sguardo antropologico” è situato in uno spazio e in un tempo interni alla società, e questo significa essere sul campo: calarsi in mezzo ad altri esseri umani (o nelle loro conversazioni digitali) e, senza partire da ipotesi preconcette, osservare, capire, dialogare, interpretarne e comprenderne il comportamento, il linguaggio, le abitudini, i valori, le credenze, i desideri, i modelli di riferimento.

Comprendere le cause profonde che orientano le scelte dei consumatori

I metodi standard di indagine qualitativa usati nel mondo del marketing (focus group, sondaggi, interviste one-to-one) sono in grado di restituire alle aziende il quadro di “cosa sta avvenendo”, ma non di spiegarne il perché. L’antropologo invece applica un duplice approccio, che si basa su un sapere olistico in grado di riprodurre un ritratto del consumatore nella sua complessità (incluse le motivazioni inconsce e irrazionali che muovono le sue scelte), e dall’altro sul rigore scientifico che individua e decostruisce i principali luoghi comuni e i condizionamenti indotti dal brand.

 

Bambini davanti alla tv, tempo raddoppiato in 17 anni per gli under 2

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Mar 052019
 

A discapito dell’arrivo di pc, tablet e smartphone il piccolo schermo continua a essere la “tata tecnologica” più gettonata dalle mamme dei bambini più piccoli. In particolare, per quelli sotto i 6 anni, che passano davanti allo schermo televisivo addirittura il doppio del tempo passato rispetto a 17 anni fa. Almeno negli Usa, dove i bimbi sotto i 2 anni arrivano a guardare la televisione in media fino a 3 ore al giorno. Lo ha scoperto uno studio americano pubblicato su Jama Pediatrics, la rivista medica americana specializzata in pediatria, e condotto da Weiwei Chen e Jessica Adler, della Florida International University.

La tv vince su tablet, telefonini e pc soprattutto per i bimbi con meno di 2 anni

Lo studio ha valutato il tempo passato davanti a uno schermo televisivo dai bambini under 6 nel 1997 e nel 2014, quindi, prima e dopo l’era dei tablet. Per realizzarlo, i ricercatori hanno utilizzato i dati del “diario del tempo” tenuto dalle mamme di un gruppo rappresentativo di 1.327 bimbi americani nel 1997, e di 443 bambini nel 2014. E se nel lontano 1997 il tempo medio giornaliero davanti a uno schermo era di 1,3 ore per i bambini fino a 2 anni, e di quasi 2,5 ore per i bambini da 3 a 5 anni, nel 2014 le cose sono cambiate. Il tempo totale, per la fascia di età fino ai 2 anni, è più che raddoppiato, arrivando a circa 3 ore al giorno.

Dai 3 ai 5 anni il cambiamento nelle abitudini non è significativo

Quanto ai bambini dai 3 ai 5 anni, riporta Adnkronos, dallo studio non è emerso un cambiamento significativo nelle loro abitudini. Ancora una volta però a farla da padrona è la televisione, e a distanza di 17 anni la tv mostra di avere ancora un peso preponderante nella vita dei piccoli. Tanto che i ricercatori dell’università americana suggeriscono l’utilità di una ricerca futura sulla relazione tra tempo passato a guardare la tv, stile genitoriale, e rapporti tra coetanei e fratelli.

Una crescente preoccupazione

“C’è una preoccupazione crescente sul tempo che i bambini, soprattutto molto piccoli, passano davanti allo schermo – spiega Weiwei Chen, uno degli autori -. I nostri risultati sono stati sorprendenti, visto che la sensazione comune è che i dispositivi mobili siano onnipresenti, ma la televisione è ancora il modo più comune per consumare media”.

Cercasi 193mila tecnici disperatamente: 1 su 3 è introvabile

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Gen 302019
 

Nel prossimo triennio saranno quasi 193mila i posti di lavoro disponibili nei settori tecnici più rilevanti del made in Italy. Le industrie meccaniche, Ict, alimentari, tessili, chimiche e del legno-arredo cercano con urgenza figure professionali che in 1 caso su 3 sono di difficile reperimento. Il motivo? La scarsità complessiva dell’offerta formativa, carente soprattutto per le competenze tecnico-scientifiche medio-alte.

Si tratta dei risultati della ricerca di Confindustria sul fabbisogno delle imprese nel triennio 2019-2021 in 6 settori chiave del made in Italy. Le previsioni sono frutto di elaborazioni dell’Area Lavoro, Welfare e Capitale umano di Confindustria sulla base di dati Istat e Unioncamere. E fanno riferimento sia ai posti di lavoro generati dall’andamento economico dei settori produttivi sia alle necessità di sostituzione dei lavoratori in uscita.

68mila nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica

In base alle stime contenute nella relazione tecnica relativa al decreto legge attualmente in circolazione, e di quelle sui tassi di sostituzione tra lavoratori giovani e anziani, si prevede che ai circa 172 mila nuovi posti di lavoro dello scenario “base”, se ne aggiungeranno ulteriori 20 mila in conseguenza di “quota 100”.

Nello specifico, le previsioni indicano che saranno 68mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica. Di questi, riporta Adnkronos, circa un terzo saranno disponibili per professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (ingegneri, progettisti e specialisti in scienze informatiche) e per professioni tecniche (tecnici della gestione dei processi produttivi e conduttori di impianti produttivi).

La domanda nei settori della chimica, Ict, alimentare, tessile e del legno-arredo

Nei settori della chimica e della farmaceutica si prevede per il prossimo triennio una domanda di lavoro pari a circa 18mila addetti, rappresenteranno dalla metà ai due terzi delle figure professionali richieste. La domanda di lavoro delle imprese dell’Ict è stimata su 45mila persone nel triennio. e quella del settore alimentare su 30mila. Il fabbisogno occupazionale del settore tessile si attesterà invece a 21mila lavoratori, mentre nell’industria del legno-arredo consisterà in quasi 11mila nuovi ingressi. In tutti e tre questi settori, le professioni più richieste riguarderanno figure quali gli operai specializzati, conduttori e manutentori di attrezzature elettriche, elettroniche e di impianti.

“Avvicinare il mondo del lavoro alla scuola”

“Questi dati dimostrano che l’impresa del futuro ha bisogno dei giovani: per questo serve un grande piano d’inclusione. Serve avvicinare il mondo del lavoro alla scuola per aiutare i giovani a fare le scelte giuste – commenta il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia -.

La formazione deve tornare quindi al centro dell’agenda del governo. “Quota 100 non è una misura per i giovani – afferma il vicepresidente di Confindustria per il Capitale umano, Giovanni Brugnoli-. Forse libererà dei posti di lavoro, ma non risolve il mismatch tra offerta formativa e domanda delle imprese. Con il rischio di lasciare un vuoto di competenze fin quando non avremo un sistema educativo che permetterà una rapida professionalizzazione”.

 

Le nuove sfide della cybersecurity: intelligenza artificiale, robotica, Internet of Things

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Gen 032019
 

I numeri sono impressionanti: il 62,5% delle aziende italiane ha registrato almeno un incidente informatico significativo; il 97% delle imprese italiane destina risorse inadeguate alla protezione tecnologica; Il 97% delle imprese italiane destina risorse inadeguate alla protezione tecnologica. Ecco l’identikit sullo stato dell’arte della cybersecurity nel nostro paese secondo l’ultimo rapporto EY Global Information Security Survey 2018-19, appena presentato a Milano. D’altro canto, il report sottolinea come in Italia stiano crescendo gli investimenti nelle tecnologie emergenti in questo ambito e quanto abbiano già investito le aziende tricolori in cybersecurity, ben 1,5 miliardi di euro nel 2018.

Un’indagine a tappeto

L’indagine è stata quanto mai ampia: è stata basata su interviste a circa 1.400 top manager delle più grandi aziende a livello internazionale ed ha esaminato, in particolare, la destinazione degli investimenti in sicurezza informatica e lo stato di salute delle imprese in fatto di protezione dei dati e di contrasto ad attacchi informatici. Il sondaggio rivela che l’87% delle imprese a livello globale e il 97% di quelle italiane dispone di risorse non adeguate al livello di sicurezza informatica richiesto. Il 55% delle imprese, inoltre, a livello sia italiano sia globale, non integra la protezione dell’organizzazione nella propria strategia aziendale complessiva e nei piani esecutivi. Dal sondaggio emerge anche che solo il 14% degli intervistati in Italia (8% a livello globale) ritiene che il proprio sistema di sicurezza informatica soddisfi pienamente le loro esigenze. Il 38% delle aziende su base globale e il 42,5% tra quelle italiane dichiara che probabilmente non riuscirebbe a identificare un attacco cyber sofisticato, mentre il 62,5% delle aziende italiane dichiara di aver avuto almeno un incidente significativo a livello di sicurezza informatica.

La risposta? Tecnologie avanzate

Per rispondere alla nuova sfida della cybersecurity, la gran parte delle aziende (il 73% in Italia, il 77% a livello globale) punta oggi su tecnologie avanzate quali l’intelligenza artificiale, l’automazione dei processi robotici e gli analytics, che consentono di ottimizzare la capacità di identificare le vulnerabilità e fronteggiare gli attacchi. Secondo lo studio EY, quest’anno, le aziende investiranno, con riferimento alla cybersecurity, soprattutto in cloud computing (53%), cybersecurity analytics (40%) e Internet of Things (38%), ambito, quest’ultimo, che registrerà in Italia il maggior incremento di spesa (+44,4%).

Dipendenti inconsapevoli i controlli obsoleti i principali rischi

Dal sondaggio emerge che i dipendenti negligenti o inconsapevoli (67%), i controlli di sicurezza obsoleti (42%), in particolare quelli relativi a smartphone e tablet (30%), e l’accesso non autorizzato (21%) sono considerati dalle imprese come i principali fattori di vulnerabilità. Al contempo, solo il 23% delle imprese a livello globale ritiene necessario integrare le policy di sicurezza nei piani strategici e solo nel 67% dei casi la persona direttamente responsabile della sicurezza delle informazioni fa parte del top management.  La cybersecurity rappresenta però anche un’opportunità di crescita: il 60% delle aziende pensa di incrementare il budget sulla sicurezza informatica di più del 10%. Nel 2017 il settore ha raggiunto, in Italia, un valore di 1,4 miliardi di euro e si prevede che arrivi a circa 1,5 miliardi nel 2018. Negli ultimi tre anni, il 45% delle imprese italiane ha effettuato acquisti di beni e servizi collegati alla cybersecurity.

Mutui e 730: i costi che si possono tagliare

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Nov 192018
 

Il mutuo può anche diventare un “taglio” quando si compila la dichiarazione dei redditi. Non tutti i contribuenti lo sanno, ma esistono alcune voci connesse al mutuo e alla sua stipula che possono essere detratte dal modulo 730. Innanzitutto, è bene sapere che è previsto uno sgravio Irpef pari al 19% degli interessi passivi sui mutui garantiti da ipoteca per l’acquisto dell’abitazione principale, con un tetto massimo su cui calcolare il bonus di 4.000 euro annui. Quindi la detrazione massima può raggiungere i 760 euro. L’agevolazione si estende anche ai “relativi oneri accessori”: questo significa che è perciò detraibile pure la parcella del notaio per la stipula del contratto di mutuo prima casa. Si tratta di un onorario professionale che costituisce probabilmente la voce più pesante in termini di costo.

Cosa e quanto si può detrarre

Nell’elenco delle voci detraibili ci sono poi le imposte d’atto connesse al mutuo, comprese l’imposta per l’iscrizione o la cancellazione di ipoteca e l’imposta sostitutiva sul capitale prestato. Per un mutuo di medio importo (fascia 120-150 mila euro) questi costi possono oscillare tra i 1.500 e i 2.500 euro, ovviamente destinati a salire all’aumentare della somma erogata. Come precisato dall’Agenzia delle entrate nella circolare n. 7/E del 27 aprile 2018, risultano agevolabili anche eventuali commissioni pagate agli istituti per la loro attività di intermediazione, nonché le spese di istruttoria e di perizia tecnica.

Cosa invece non è detraibile

Esiste poi una serie di costi che, al contrario, non sono detraibili. Tra questi rientrano le spese di assicurazione dell’immobile, quelle notarili riferite alla stipula dell’eventuale preliminare di compravendita dell’immobile e del rogito. Sono indetraibili anche le imposte pagate dall’acquirente dell’abitazione (registro se si tratta di bene già esistente, Iva se si tratta di immobile nuovo), le imposte d’atto connesse al trasferimento degli immobili, vale a dire i tributi ipotecari e catastali.

Fondamentale informarsi per non commettere errori

E’ molto importante per chi sottoscrive un mutuo capire quali siano le voci di spesa che possono rientrare nel beneficio fiscale. A stilare un breve vademecum sono i portali mutui.it e facile.it. che mettono in guardia da eventuali “inghippi” burocratici. Facciamo un esempio pratico: in molti casi il tetto dei 4.000 euro potrebbe impedire il recupero pieno del 19% degli interessi e dei rispettivi oneri che vanno inseriti nella dichiarazione dei redditi dell’anno in cui sono stati sostenuti, tipicamente il primo, e non possono essere “spalmati” nel tempo.

Audience online, a luglio attivi 34 milioni di utenti

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Ott 172018
 

A luglio sono stati 34 milioni al giorno gli utenti unici connessi alla rete. E nel 63% dei casi tramite lo smartphone. Questi alcuni dati sull’audience online registrata del mese di luglio 2018, rilevati con la nuova metodologia Audiweb Database. In base alla nuova rilevazione la total digital audience nel giorno medio a luglio è rappresentata appunto da 34 milioni di utenti unici complessivi. Per quanto riguarda i device utilizzati, risulta che 28,9 milioni di utenti hanno navigato da smartphone (il 63% degli italiani tra i 18 e i 74 anni), 5,5 milioni da tablet (il 12% degli italiani di 18-74 anni), e 12,9 milioni da computer (il 21,3% degli italiani dai 2 anni in su).

Audiweb 2.0 restituisce una rilevazione completa e coerente

Il nuovo sistema di rilevazione Audiweb Database offre i dati dell’audience nel giorno medio del mese di luglio 2018, e restituisce una rilevazione completa e un’attribuzione coerente delle audience da computer, smartphone e tablet degli editori iscritti al servizio. Tra le novità di Audiweb 2.0, rientra anche lo split dei dati mobile tra audience da smartphone e audience da tablet. Infatti, per la prima volta, l’audience online è stata rappresentata con una vista più dettagliata per mezzo, grazie alla distinzione dei dati di consumo da smartphone e da tablet.

Le dinamiche di fruizione da mobile vengono rappresentate fedelmente

Sempre nel mese di luglio l’audience online è rappresentata da 41,9 milioni di utenti online complessivi, raggiungendo una quota di circa il 70% della popolazione italiana dai 2 anni in su. Si tratta di valori che rappresentano coerentemente un contesto trainato principalmente dal mobile. Questo, considerando tutti i possibili approfondimenti e le attività di segmentazione e analisi realizzabili attraverso il database. Le dinamiche di fruizione legate all’uso di dispositivi mobili, vissuti sempre più come strumento esclusivo di navigazione, vengono perciò rappresentate fedelmente. E superano la rilevazione precedente, che nasceva per rappresentare uno scenario principalmente PC oriented, riporta Ansa.

Una rappresentazione dettagliata dei comportamenti di fruizione

Nel dettaglio la nuova metodologia offre le informazioni sull’audience di tutta l’offerta online e i dati elementari di navigazione degli editori iscritti al servizio, con i profili socio-demografici degli utenti (Respondent Level). Questo, non solo per genere ed età, come per i dati Daily e Weekly, già in produzione dallo scorso mese di giugno, ma includendo anche le informazioni relative al livello di istruzione, alla condizione professionale, al tipo di occupazione, il numero dei componenti in famiglia, il reddito famigliare, l’area geografica, la regione di provenienza e, novità importante, il responsabile di acquisto. Il che permette di arrivare a una rappresentazione dei comportamenti di fruizione per fascia oraria giornaliera di 3 ore.

W i cibi della nonna, si torna a mangiare sano e italiano

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Set 262018
 

Addio al menu proposto dai grandi chef o dal dietologo: se più di un italiano su tre (36%) si affida al medico per risolvere i propri dubbi sull’alimentazione l’ultima tendenza è quella di affidarsi alle materie prime di una volta, e alla cucina popolare dei nostri nonni. Cipolla rossa, visciole, giuggiole, mele cotogne, patate viola sono esempi di toccasana della nostra storia gastronomica, che gli italiani stanno riscoprendo per mangiare più sano e semplice.

I cibi della nonna possono infatti offrire una valida alternativa ai prodotti esotici, ma anche ai novel food, i cibi fatti in laboratorio che hanno appena ricevuto il via libera dell’Unione Europea e che potrebbero presto arrivare sugli scaffali dei supermercati.

Il cibo salutistico vale circa il 10% degli acquisti

È quanto emerge dall’analisi Coldiretti su dati Ref Ricerche presentata al Sana, il 30° salone internazionale del biologico e del naturale a Bologna. Sempre più salutisti e attenti al cibo che consumano, gli italiani hanno scoperto il valore “farmaceutico” degli alimenti, con effetti rilevanti sulle scelte dei prodotti che mettono nel carrello. Il cibo salutistico vale circa il 10% degli acquisti, e secondo elaborazioni sul rapporto 2018 di Osservatorio Immagino Nielsen GS1 Italy, aumenta il doppio rispetto al mercato. Casi eclatanti sono i semi di zucca, le cui vendite in valore sono cresciute nell’ultimo anno del 28%, il farro (+16%), le mandorle (+15%), o la farina di riso (+8%), riporta Ansa.

Dai meloni banana alla roveja

Dal Veneto arriva la cipolla rossa di Cavasso Nuovo, un toccasana contro lo stress e l’ipertensione, mentre dai campi emiliano-romagnoli arrivano i meloni banana, antiossidanti e ricchi di calcio, fosforo e potassio. In Sardegna è stata invece recuperata “sa pompia”, cedro dalla buccia spessa e ruvida usato nella preparazione di dolci e liquori, e se in Friuli Venezia Giulia sboccia la rosa di Gorizia, una varietà pregiata di radicchio rosso, la melanzana rossa è tornata a essere coltivata in Basilicata.

Dalle Marche poi arrivano le visciole, varietà selvatiche di ciliegia, e da Cascia (Umbria) la roveja, un legume antico con alto contenuto di proteine.

Un patrimonio 100% Made in Italy

Un patrimonio 100% Made in Italy, quindi, che in modo naturale aiuta l’ambiente e risponde alla domanda del wellness a tavola in maniera più salutare rispetto a cibi “alla moda” come ad esempio la curcuma, originaria dell’India o le bacche di Goji.

Ma i supercibi della nonna sono un’alternativa naturale anche ai cosiddetti Novel Food, gli integratori alimentari prodotti nel laboratori industriali che hanno ottenuto il via libera della Ue per l’ingresso sul mercato. Una lunga lista di prodotti, provenienti anche da Paesi Extra Ue, che va dall’Olio di Calanus finmarchicus, un crostaceo del mare Atlantico, al cromo picolinato, un composto chimico, al pane trattato con raggi UV.

Detrarre l’auto dalle tasse: quando è possibile

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Ago 152018
 

Chi non vorrebbe poter dedurre dalla dichiarazione dei redditi la spesa sostenuta per l’acquisto dell’auto nuova? Di fatto esiste questa possibilità, ma non tutti ne possono approfittare. Detrarre l’automobile dalle tasse si può, ma solo in due casi: quando il proprietario è disabile, o lo è  un suo familiare, oppure nel caso l’automobile sia stata acquistata per la propria azienda o per la propria attività professionale.

I disabili hanno diritto a una detrazione Irpef del 19% sul costo dell’auto

Nel primo caso, ovvero quando si è portatori di handicap, o un appartenente del nucleo familiare risulti affetto da disabilità, è possibile portare in detrazione il veicolo acquistato grazie alla legge 104, che stabilisce il diritto per i portatori di disabilità di una detrazione Irpef pari al 19% del costo sostenuto, calcolato su una spesa massima di 18.075,99 euro.

La detrazione spetta solo una volta, e per un solo veicolo nell’arco di un quadriennio decorrente dalla data di acquisto. Se invece il veicolo è intestato al familiare disabile, questo deve essere fiscalmente a carico del proprietario dell’auto per beneficiare della detrazione.

I vantaggi per le aziende e i professionisti titolari di Partita IVA

Anche aziende e professionisti titolari di Partita IVA possono detrarre dalle tasse i costi sostenuti per l’acquisto e il mantenimento dell’auto aziendale. In questo caso, i termini per la detraibilità dell’IVA e per la deducibilità degli ammortamenti e delle spese d’impiego dipendono però dalle caratteristiche del veicolo aziendale e dall’uso che se ne fa, riferisce Adnkronos.

Come prima cosa è importante sapere che esistono diverse agevolazioni, a seconda del veicolo e del suo utilizzo. I veicoli immatricolati come autocarri per uso aziendale, e che non sono affidati ai dipendenti, e che posseggono un peso inferiore ai 35 quintali,  godono di una detrazione pari al 40% dell’IVA, mentre il costo è ammortizzabile al 20%, così come le spese d’impiego.

Quando l’IVA si detrae al 100%

Se il mezzo viene utilizzato esclusivamente per la propria attività professionale o d’impresa l’IVA si detrae al 100%. Il costo degli autocarri con peso uguale o superiore ai 35 quintali, invece, non si può dedurre, mentre l’IVA si detrae al 100%. Per le autovetture, ma anche per gli autocarri, di peso inferiore ai 35 quintali che dietro pagamento di corrispettivo vengono affidate ai dipendenti l’IVA si detrae al 100%, mentre il costo è ammortizzabile senza limiti al 70%.

Discorso differente per gli agenti e i rappresentanti: per questi, infatti, l’IVA si detrae del 100%, mentre per quanto riguarda la deducibilità dei costi questi si deducono per l’80% del massimale.

Economia italiana: una frenata lunga una vita

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Lug 232018
 

Le fonti Istat parlano chiaro: un’economia, quella italiana, non solo debilitata ma anche con i redditi più bassi della media europea. Un sistema economico, il nostro, complesso e frenato. L’istituto nazionale di statistica, attraverso i dati raccolti nel giugno 2018, evidenzia un’ennesima decelerazione nella rimonta economica. Nel Bel Paese si respira insomma un’aria di stanchezza diffusa e generalizzata su più fronti.

Piccoli miglioramenti rispetto al mese precedente

Ma rispetto al mese precedente, un piccolo spiraglio di luce che rasserena gli animi si è avvertito. L’inflazione aumenta, mantenendosi su ritmi inferiori a quelli dell’area euro. E se la crescita dell’eurozona rallenta, la disoccupazione cala. Il mercato del lavoro infatti appare rafforzato da un percettibile aumento occupazionale e, va da sé, di fiducia nel futuro.

Imprese faticano a crescere

Pesante invece, la situazione delle imprese, scrive AdnKronos. Faticano a crescere in particolare quelle manifatturiere, che raggiungono il livello minimo dei primi mesi del 2017 –  con un degrado – il più diffuso nell’area extra Ue –  in ambito produttivo, ed inevitabilmente, di ordini ed esportazione.

Il risultato? I nostri connazionali sono, tra alti e bassi destabilizzanti, sempre più a rischio povertà o esclusione sociale. Che secondo i dati in un anno è peggiorata arrivando a toccare il 30% della popolazione. Le nostre medie nazionali sono inferiori a quelli dell’Est come Bulgaria, Romania, Grecia e Lituania, ma superiori a quelli di francesi, tedeschi e inglesi, che oscillano tra il 18 e il 22,2%.

Una situazione ormai decennale e aggravatasi negli anni

In Italia, fino al 2007, la crescita dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi complessivi, mentre dal 2008, periodo boom di crisi, le flessioni osservate per la stessa categoria sono state più pesanti. Parallelamente, si è alzato il divario del reddito fruibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015.

Possibile “rientrare nei ranghi”?  Secondo la strategia “Europa 2020”, l’Italia dovrebbe essere in grado di “guarire” 2,2 milioni di connazionali rispetto ai valori di quell’emblematico 2008 (15.082.000 individui, cioè il 25,5% dei residenti).

L’obiettivo, dunque, sarebbe quello di ridurre a 12.882.000 unità le persone in gravi condizioni entro i prossimi due anni.