Simone Mastropasqua

Detrarre l’auto dalle tasse: quando è possibile

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Ago 152018
 

Chi non vorrebbe poter dedurre dalla dichiarazione dei redditi la spesa sostenuta per l’acquisto dell’auto nuova? Di fatto esiste questa possibilità, ma non tutti ne possono approfittare. Detrarre l’automobile dalle tasse si può, ma solo in due casi: quando il proprietario è disabile, o lo è  un suo familiare, oppure nel caso l’automobile sia stata acquistata per la propria azienda o per la propria attività professionale.

I disabili hanno diritto a una detrazione Irpef del 19% sul costo dell’auto

Nel primo caso, ovvero quando si è portatori di handicap, o un appartenente del nucleo familiare risulti affetto da disabilità, è possibile portare in detrazione il veicolo acquistato grazie alla legge 104, che stabilisce il diritto per i portatori di disabilità di una detrazione Irpef pari al 19% del costo sostenuto, calcolato su una spesa massima di 18.075,99 euro.

La detrazione spetta solo una volta, e per un solo veicolo nell’arco di un quadriennio decorrente dalla data di acquisto. Se invece il veicolo è intestato al familiare disabile, questo deve essere fiscalmente a carico del proprietario dell’auto per beneficiare della detrazione.

I vantaggi per le aziende e i professionisti titolari di Partita IVA

Anche aziende e professionisti titolari di Partita IVA possono detrarre dalle tasse i costi sostenuti per l’acquisto e il mantenimento dell’auto aziendale. In questo caso, i termini per la detraibilità dell’IVA e per la deducibilità degli ammortamenti e delle spese d’impiego dipendono però dalle caratteristiche del veicolo aziendale e dall’uso che se ne fa, riferisce Adnkronos.

Come prima cosa è importante sapere che esistono diverse agevolazioni, a seconda del veicolo e del suo utilizzo. I veicoli immatricolati come autocarri per uso aziendale, e che non sono affidati ai dipendenti, e che posseggono un peso inferiore ai 35 quintali,  godono di una detrazione pari al 40% dell’IVA, mentre il costo è ammortizzabile al 20%, così come le spese d’impiego.

Quando l’IVA si detrae al 100%

Se il mezzo viene utilizzato esclusivamente per la propria attività professionale o d’impresa l’IVA si detrae al 100%. Il costo degli autocarri con peso uguale o superiore ai 35 quintali, invece, non si può dedurre, mentre l’IVA si detrae al 100%. Per le autovetture, ma anche per gli autocarri, di peso inferiore ai 35 quintali che dietro pagamento di corrispettivo vengono affidate ai dipendenti l’IVA si detrae al 100%, mentre il costo è ammortizzabile senza limiti al 70%.

Discorso differente per gli agenti e i rappresentanti: per questi, infatti, l’IVA si detrae del 100%, mentre per quanto riguarda la deducibilità dei costi questi si deducono per l’80% del massimale.

Economia italiana: una frenata lunga una vita

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Lug 232018
 

Le fonti Istat parlano chiaro: un’economia, quella italiana, non solo debilitata ma anche con i redditi più bassi della media europea. Un sistema economico, il nostro, complesso e frenato. L’istituto nazionale di statistica, attraverso i dati raccolti nel giugno 2018, evidenzia un’ennesima decelerazione nella rimonta economica. Nel Bel Paese si respira insomma un’aria di stanchezza diffusa e generalizzata su più fronti.

Piccoli miglioramenti rispetto al mese precedente

Ma rispetto al mese precedente, un piccolo spiraglio di luce che rasserena gli animi si è avvertito. L’inflazione aumenta, mantenendosi su ritmi inferiori a quelli dell’area euro. E se la crescita dell’eurozona rallenta, la disoccupazione cala. Il mercato del lavoro infatti appare rafforzato da un percettibile aumento occupazionale e, va da sé, di fiducia nel futuro.

Imprese faticano a crescere

Pesante invece, la situazione delle imprese, scrive AdnKronos. Faticano a crescere in particolare quelle manifatturiere, che raggiungono il livello minimo dei primi mesi del 2017 –  con un degrado – il più diffuso nell’area extra Ue –  in ambito produttivo, ed inevitabilmente, di ordini ed esportazione.

Il risultato? I nostri connazionali sono, tra alti e bassi destabilizzanti, sempre più a rischio povertà o esclusione sociale. Che secondo i dati in un anno è peggiorata arrivando a toccare il 30% della popolazione. Le nostre medie nazionali sono inferiori a quelli dell’Est come Bulgaria, Romania, Grecia e Lituania, ma superiori a quelli di francesi, tedeschi e inglesi, che oscillano tra il 18 e il 22,2%.

Una situazione ormai decennale e aggravatasi negli anni

In Italia, fino al 2007, la crescita dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi complessivi, mentre dal 2008, periodo boom di crisi, le flessioni osservate per la stessa categoria sono state più pesanti. Parallelamente, si è alzato il divario del reddito fruibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015.

Possibile “rientrare nei ranghi”?  Secondo la strategia “Europa 2020”, l’Italia dovrebbe essere in grado di “guarire” 2,2 milioni di connazionali rispetto ai valori di quell’emblematico 2008 (15.082.000 individui, cioè il 25,5% dei residenti).

L’obiettivo, dunque, sarebbe quello di ridurre a 12.882.000 unità le persone in gravi condizioni entro i prossimi due anni.

Ipnosi digitale: quando il tecnostress diventa dipendenza

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Lug 022018
 

Che la nostra vita si svolga ormai in parte anche a un livello “virtuale” è un dato di fatto, tanto che spesso non possiamo fare a meno di controllare in continuazione e-mail, notifiche dai social, messaggi su WhatsApp. Col risultato di accumulare una buona dose di tecnostress da eccesso di informazioni. Ma a insidiare la salute dei cybernauti c’è anche l’ipnosi digitale, una forma di dipendenza da dispositivi alla base di molti disturbi e patologie. Insomma, la tecnologia ci ha letteralmente stregato. Come rompere l’incantesimo?

“Perdere il contatto con la realtà e vivere in uno stato di trance che altera i comportamenti”

“Il Tecnostress e la Internet-dipendenza sono già state riconosciute come malattie professionali e in Italia vi è l’obbligo di fare formazione per prevenire questi rischi nel lavoro digitale”, spiega all’Adnkronos Enzo Di Frenna, presidente di Netdipendenza Onlus e autore del libro Ipnosi digitale: guardami e ascoltami, io sono ciò che tu sei dentro.

Troppe ore trascorse davanti agli schermi, magari a navigare su Internet, possono infatti favorire l’insorgere di gravi disturbi psicologici (attacchi di panico, ansia, depressione, insonnia e manie compulsive). “Ma anche patologie cardiocircolatorie e gastrointestinali”. L’elemento comune, però, è proprio il fenomeno dell’ipnosi digitale, una sorta di incantesimo che spinge a rimanere connessi ai dispositivi digitali per molte ore al giorno, al punto da perdere il contatto con la realtà e vivere in uno stato di trance che altera i comportamenti.

Le cause e gli effetti distorsivi sulla salute psicologica

Nel suo libro Di Frenna analizza le cause che favoriscono l’ipnosi digitale e gli effetti distorsivi sulla salute psicologica, citando molti casi concreti. Come quello di un giornalista televisivo straniero, che dopo aver concluso il collegamento in studio, “iniziò a usare la sua mano come fosse un cellulare, scorrendo notizie inesistenti, ignaro che le telecamere fossero ancora accese”, racconta Di Frenna.

Un caso più recente è quello di un uomo che afferra il suo cellulare, lo punta verso se stesso e scatta un selfie mentre alle sue spalle una donna agonizzante è distesa su un binario. Secondo Di Frenna è un caso di ipnosi digitale, “che altera l’equilibrio psicologico ed esalta il narcisismo egoico patologico”.

 

La tecnologia degli schermi induce stati di trance

L’ipnosi è un fenomeno di allucinazione della realtà, in cui “la mente focalizza l’attenzione su un solo punto ed esclude tutto il resto, ritenendo possibile anche l’impossibile – spiega ancora Di Frenna -. Ebbene, la tecnologia degli schermi è ipnotica e induce stati di trance”.

Le cause di questo fenomeno possono essere diverse: dalla dipendenza emotiva alla consapevolezza ridotta, dal delirio di onnipotenza al narcisismo egoico.

Ma come prevenire questo rischio sociale? La risposta potrebbe sembrare semplice. Ma solo per chi non ha superato il limite dello stress da abuso di tecnologia.

Olio d’oliva, un successo internazionale: +49% in 25 anni

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Mag 312018
 

Sulla scia del successo della Dieta Mediterranea, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, in 25 anni l’olio d’oliva ha segnato una crescita record dei consumi mondiali: +49%.

Dal Giappone al Brasile, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna alla Germania, lo stile alimentare Made in Italy trainato dall’olio d’oliva ha conquistato il mondo. A livello globale nel 2017 sono stati infatti consumati complessivamente 2,95 miliardi di chili, la metà dei quali nei Paesi dell’Unione Europea, con la vetta della classifica occupata dall’Italia, con 557 milioni di chili, seguita dalla Spagna (470 milioni).

È quanto emerge dall’analisi di Coldiretti sugli ultimi dati del Consiglio Oleicolo Internazionale (Coi), che conferma questo successo occasione di Cibus, il Salone internazionale dell’alimentazione.

Sul podio dei consumi salgono gli Stati Uniti

Ma sul podio, sottolinea la Coldiretti, salgono a sorpresa anche gli Stati Uniti, con un consumo di ben 315 milioni di chili quasi triplicati (+174%) rispetto a 25 anni fa. A sostenere la domanda mondiale, riporta Askanews, sono certamente gli effetti positivi sulla salute associati al consumo di olio di oliva, provati da numerosi studi scientifici che hanno fatto impennare le richieste di quel segmento di popolazione che nel mondo è attento alla qualità della propria alimentazione.

In Italia 9 famiglie su 10 consumano olio d’oliva tutti i giorni

In Italia, spiega la Coldiretti sulla base di un’indagine Ismea, 9 famiglie su 10 consumano olio d’oliva tutti i giorni secondo uno stile alimentare fondato sulla dieta mediterranea che ha consentito di conquistare primati mondiali di longevità: tanto che la speranza di vita degli italiani è salita a 82,8 anni, 85 per le donne e 80,6 per gli uomini.

Coldiretti invita però a guardare le etichette, perché c’è il rischio evidente che olio straniero venga “spacciato” come italiano, e la situazione è “ancora più preoccupante al ristorante, dove in quasi 1 caso su 4 (22%), secondo un’indagine Coldiretti/Censis, si continuano a usare oliere fuorilegge che non rispettano l’obbligo del tappo antirabbocco entrato in vigore da anni”, si legge nel rapporto.

Come riconoscere un olio extravergine di oliva di qualità?

Un olio extravergine di oliva di qualità, spiega ancora la Coldiretti, deve essere profumato all’esame olfattivo, e deve ricordare l’odore dell’erba tagliata e di sentori vegetali. All’esame gustativo, poi, deve presentarsi con sentori di amaro e piccante. Al contrario, gli oli di bassa qualità puzzano di aceto o di rancido, e all’esame gustativo sono grassi e untuosi.

Il design italiano non conosce crisi. Anzi, è al 2° posto delle grandi economie europee

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Apr 232018
 

Il design è una delle più solide strategie anticrisi. E il nostro Paese mantiene il suo ruolo di leadership in Europa. A cominciare dal numero di imprese attive: 29mila, più delle circa 26mila tedesche e francesi, delle oltre 21mila inglesi, e delle 5mila spagnole.

In totale, le oltre 179mila imprese europee di design nel 2016 hanno prodotto un fatturato superiore ai 25 miliardi di euro, e di queste una su sei è italiana. Lo si legge nel rapporto Design economy di Symbola, osservatorio sul settore presentato alla Triennale di Milano da Ermete Realacci e Domenico Sturabotti, rispettivamente presidente e direttore di Fondazione Symbola, Stefano Boeri, presidente della Triennale, e Stefano Bordone, vicepresidente di FederlegnoArredo.

Un settore che continua a crescere nonostante un’economia rallentata

Con 4,3 miliardi di euro di fatturato del design, pari allo 0,3% del Pil, l’Italia è seconda tra le grandi economie europee, dopo il Regno Unito (7,8 miliardi), davanti a Germania (3,8), Francia (2,1) e Spagna (1,1). In Italia, riferisce Askanews, in tutto possiamo contare su oltre 48mila lavoratori del settore, il 16,6% del totale Ue. Nonostante la crisi, poi, il design segna un +1,5% nell’occupazione e un +3,6% nel fatturato. Dati in evidente crescita, soprattutto negli ultimi cinque anni.

Italia sul podio anche per fatturato per addetto e numero di brevetti

Siamo sul podio anche considerando il fatturato per addetto, che in Italia si attesta a circa 90mila euro, meglio del valore medio comunitario, pari a 87.255 euro. Superano il fatturato per addetto italiano solo quello spagnolo (oltre 100mila euro per addetto) e del Regno Unito (oltre 137mila euro).

Non è tutto, perché l’Italia si colloca seconda nella hit anche per numerosità di brevetti di design, e in ben 22 delle 32 categorie aggregate previste nella ‘classificazione ufficiale Locarno’ risulta essere prima, seconda o terza.

“La cultura del design è più forte dove ci sono imprese protagoniste del made in Italy”

“Il design – commenta Realacci – non è legato solo all’estetica, ma anche alla capacità di risolvere problemi complicati, che vale oro nella complessità contemporanea: dall’ideazione di nuovi prodotti all’individuazione di nuovi mercati, fino alla ricerca di nuovi significati. Ieri come oggi – aggiunge il presidente di Fondazione Symbola – la creatività è l’infrastruttura immateriale del made in Italy, non è un caso se la cultura del design è più forte dove ci sono imprese protagoniste del made in Italy”.

Aumenta il numero delle Imprese femminili: +10mila nel 2017

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Mar 222018
 

Buone notizie e ottime prospettive per il “girl power” nel mondo del lavoro. Alla fine del 2017 sono state 10mila in più le Imprese femminili iscritte al Registro delle Camere di commercio. E con oltre un milione e 331mila attività produttive a conduzione femminile oggi rappresentano il 21,86% del totale delle imprese italiane, contro il 21,76% dell’anno precedente. Inoltre, come mostrano i dati elaborati dall’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere e InfoCamere, oggi il tessuto imprenditoriale guidato da donne sceglie forme più strutturate d’impresa rispetto al passato. Insomma, le imprenditrici aumentano di numero e di “qualità”, specie in alcuni settori chiave dell’economia nazionale come quelli artistici, sportivi, di intrattenimento e in generale dei servizi.

Crescono le società di capitali guidate da donne

Le società di capitali condotte da donne nel 2017 sono infatti aumentate di quasi il 17% rispetto al 2014, arrivando a rappresentare oltre il 21% delle imprese femminili. Al contrario, le società di persone, e le imprese individuali, pur restando la forma giuridica più diffusa nell’universo imprenditoriale femminile, si stanno progressivamente riducendo.

La crescita si concentra in Sicilia, Lazio, Campania e Lombardia

Sono ben 14 su 20 le regioni italiane in cui si ingrossano le file delle capitane d’impresa. La crescita più consistente si concentra però in 4 regioni: Sicilia, Lazio, Campania e Lombardia. A dicembre 2017, rispetto a dicembre 2016, lo stock delle imprese femminili attive su questi territori ha segnato un aumento complessivo di oltre 8mila attività. Quasi la metà del saldo complessivo si deve all’aumento delle imprese femminili attive nel settore turistico e in quello delle Altre attività dei servizi, all’interno delle quali l’apporto più consistente viene dai servizi alla persona.

Le giovani imprenditrici puntano su arte, sport e intrattenimento

Attività artistiche, sportive, di intrattenimento (+2,2%) sono gli ambiti in cui, all’interno dell’universo femminile dell’impresa, si fa sentire maggiormente la presenza di giovani capitane d’azienda. Se infatti le oltre 170mila imprese guidate da under 35 “pesano” mediamente il 12,78% sul totale delle imprese femminili, qui la loro incidenza è maggiore, e le giovani imprenditrici sono quasi il 15% delle imprese femminili del settore. L’apporto delle giovani al tessuto imprenditoriale femminile sale addirittura al 18% nel caso delle Attività finanziarie e assicurative, è intorno al 17% nelle Altre attività dei servizi e nell’Alloggio e ristorazione, e sfiora la ragguardevole percentuale del 14% nel Noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto.

L’Unione Europea dice addio all’ora legale

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Mar 012018
 

Una risoluzione non legislativa approvata a Strasburgo con 384 voti favorevoli, 153 contrari e 12 astensioni, chiede alla Commissione Europea una valutazione dell’attuale sistema dell’ora legale. E se necessaria, una revisione delle norme in atto. Secondo una notizia Adnkronos varie iniziative di cittadini avrebbero evidenziato la preoccupazione per il cambiamento semestrale dell’orario che segna l’inizio e la fine dell’estate, e che attualmente si compie l’ultimo fine settimana di marzo e di ottobre. I deputati chiedono perciò alla Commissione Europea di condurre una valutazione approfondita della direttiva sull’ora legale e, se necessario, di formulare una proposta di revisione.

La necessità di mantenere un regime orario uniforme

Facendo riferimento alla necessità di evitare sistemi diversi di cambio orario in ogni Paese Ue, i deputati hanno anche affermato che è fondamentale mantenere un regime orario uniforme a livello Unione. L’attuale direttiva sull’ora legale, entrata in vigore nel 2001, prevede una data e un’ora comuni per l’inizio e la fine del periodo dell’ora legale in tutta l’Ue, al fine di garantire il corretto funzionamento del mercato interno.

La commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc ha sottolineato che “lasciare gli Stati membri liberi di applicare cambiamenti di orario senza coordinamento sarebbe dannoso per il mercato interno. Sono pertanto contraria a una soluzione del genere –  aggiunge la Bulc – che significhi semplicemente ritirare la direttiva, oppure lasciare che gli Stati membri lascino il regime armonizzato”.

Ora legale o meno, gli effetti sulla salute non sono dimostrati

Per quanto riguarda gli effetti sulla salute dell’ora legale, sottolinea la commissaria europea Bulc, “le evidenze scientifiche non portano a conclusioni certe sulle conseguenze per la salute umana. Alcune persone sembrano soffrire a causa del cambiamento di un’ora due volte l’anno, ma questo potrebbe benissimo essere compensato dagli effetti positivi sulla salute indotti dall’aumentata attività all’aperto. E non è chiaro se un’ora solare permanente o un’ora legale permanente sarebbero migliori per il bioritmo umano”.

Ai Paesi del Nord Europa l’ora legale non porta alcun vantaggio

Se il vantaggio di spostare indietro le lancette dell’orologio consiste nel poter approfittare di un’ora di luce solare in più, contro l’ora legale si sono schierati diversi Paesi, per lo più i Paesi nordici. Come ad esempio la Finlandia, che con l’introduzione dell’ora legale non godrebbe di benefici apprezzabili, dato che d’estate ha già luce naturale in abbondanza.

Lo sai che esiste il conto corrente gratis?

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Gen 262018
 

Anche se esiste già dal 2011, non sono in molti a conoscerlo nella realtà dei fatti. Eppure è una bella comodità, specie per chi ha redditi non proprio altissimi. Stiamo parlando del conto corrente base: si tratta di una versione del conto corrente classico “alleggerita” che permette ai titolari di effettuare tutte le principali operazioni di base, a tariffe particolarmente convenienti. Ad esempio, si potranno effettuare operazioni cosiddette ‘semplici’, come ricevere o effettuare bonifici o pagamenti oppure si potrà disporre di una carta bancomat. Non sarà invece consentito, per questa specifica formula di conto, utilizzarlo per la gestione di operazioni di risparmio. A fronte di alcuni limiti, però, il servizio potrà essere proposto senza alcun costo. A determinate categorie di persone, infatti, questo tipo di conto corrente deve essere offerto a titolo completamente gratuito.

Gratuito anche per i pensionati

Quali sono le tipologie di utenti alle quali il conto corrente è offerto senza costi? Ne hanno diritto i consumatori con Isee inferiore a 11.600 euro e i pensionati con assegni annuali non superiori ai 18mila euro. A stabilirlo è il decreto ministeriale n. 37 del 2017 sul quale il Consiglio di Stato ha recentemente dato parere positivo, ritenendo il testo “complessivamente coerente con le prescrizioni normative da attuare”.

Entrando nel dettaglio della norma, l’articolo 4 del decreto prevede che “il conto base venga offerto senza spese ai consumatori con Isee inferiore a euro 11.600” e l’articolo 5 stabilisce che “la gratuità delle spese – per quanto riguarda i consumatori pensionati – è limitata ai trattamenti pensionistici non superiori all’importo lordo annuo di euro 18.000”.

Cosa dice il Consiglio di Stato

Secondo i giudici del Consiglio di Stato, “il decreto legislativo n. 37 del 2017 ha quindi stabilito – precisando normativamente quanto già definito dalla convenzione stipulata per quanto riguarda l’Italia tra ministero dell’economia, Banca d’Italia e associazioni rappresentative dei prestatori di servizi di pagamento – che il conto di base deve includere un minimo predefinito di operazioni annue con canone ‘ragionevole’ e ‘coerente con finalità di inclusione finanziaria’, a cui si possono aggiungere altre operazioni con tariffe separate rispetto al canone annuale”. Inoltre il decreto – prosegue il Consiglio di Stato – individua “le fasce di clientela socialmente svantaggiate e i titolari di trattamenti pensionistici ai quali il conto di base è offerto senza spese nonché le condizioni e modalità per l’accesso ai conti di base gratuiti e le loro caratteristiche”.

Immigrazione? 4 italiani su 5 sono preoccupati

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Gen 102018
 

La società di ricerche Doxa ha svolto un’indagine sull’atteggiamento degli italiani nei confronti del fenomeno dell’immigrazione: il 78% dei nostri connazionali, in base alle risposte raccolte, risulta essere “preoccupato”. Diverso il sentimento nei confronti di chi, invece, scappa da guerra e terrorismo: i profughi vanno “accolti” per 7 persone su 10.

Posizioni più o meno uguali in tutta Italia

L’indagine rivela che esistono differenze pressoché nulle tra le diverse aree geografiche o, ancora, tra città grandi, centri medi e piccoli comuni. L’unica categoria in cui si registra un livello inferiore di preoccupazione è quella rappresentata da chi ha una scolarità elevata come i laureati: 64%, contro una media nazionale del 78%. In media, 8 italiani su 10 si dicono “preoccupati” in merito all’immigrazione.

Grandi città più accoglienti

Per 7 italiani su 10, però, chi scappa da guerre e terrorismo “va accolto”. E nelle grandi città, sopra i 100 mila abitanti, la percentuale dei favorevoli sale al 75%. Non solo. È curioso notare come alla domanda su un eventuale ordine del Prefetto di ospitare dei migranti nel proprio quartiere, il livello di preoccupazione scende al 45% su base nazionale. Anche in questo caso, molto più “aperti ad ospitarli” risultano i laureati (26% di tasso di preoccupazione), ma anche i giovani (41% i preoccupati under 35) e i residenti nelle grandi città (40% nei centri con oltre 100.000 abitanti, contro il 48% dei piccoli comuni fino a 10.000).

Regolari e clandestini, ecco le differenze

Per l’80% degli italiani va fatta una netta distinzione tra profughi e immigrati regolari (da una parte) e clandestini (dall’altra). Con un picco dell’87% tra i residenti delle regioni del Nord-Est. E ancora: per il 44% dei nostri connazionali “gli immigrati rappresentano una risorsa per il nostro Paese”. Invece, forse un po’ a sorpresa, risulta contenuta l’idea secondo cui gli immigrati siano una minaccia per l’occupazione: lo pensa meno di un italiano su 3.

Soprattutto sicurezza: ma i giovani sono più sereni

Sul tema immigrazione la questione veramente aperta, per gli italiani, è quella della sicurezza. Il problema più sentito su scala nazionale infatti è quello relativo all’ordine pubblico con il 60% del totale intervistati che si dice “molto o abbastanza preoccupato”. Molto più sereni i giovani, per i quali la preoccupazione scende al 50% nella fascia 15-34enni. I più preoccupati sul fronte sicurezza sono gli abitanti del Nord-Est con un picco del 69%. E quelli dei centri urbani di taglia “media” ossia dai 10.000 ai 100.000 abitanti: 66%.

A Milano e in Lombardia l’imprenditoria si tinge di rosa

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Nov 132017
 

Milano si conferma sempre più non soltanto la capitale dell’imprenditoria italiana, ma anche un vero e proprio palcoscenico delle pari opportunità. In città, infatti, ogni giorno “nascono”

dieci nuove imprenditrici. Un dato che può solo rendere orgogliosi i milanesi e, soprattutto, le milanesi, particolarmente attive nei settori dei servizi alla persona e nel turismo, ma anche nel credito e nel manifatturiero.

Quasi 2 mila iscrizioni dei primi sei mesi 2017

Milano conta, a fine 2016, 52mila imprese femminili: lo rivela l’analisi condotta sui dati della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi. Questa cifra rappresenta il 17,6% delle imprese totali del territorio. I dati sono benauguranti anche a livello lombardo, con 155mila imprese femminili (il 19% territoriale) e le 1 milione e 160 mila italiane (22,5%). Il peso maggiore delle donne alla guida di un’azienda milanese è nei servizi alla persona (40%) e nel turismo (24%). Più alta della media milanese la presenza nel commercio e nei servizi alle imprese (18,5% circa).

Milano incrementa la sua quota rosa

Una presenza che si mantiene e si rafforza leggermente a Milano, nei primi sei mesi del 2017 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+0,4%), con 1.876 imprese neo iscritte, oltre 10 al giorno. Un dato positivo rispetto al -5,4% nazionale e al -4,4% lombardo.

Nuove attività nel credito e nel manifatturiero

A Milano l’impresa femminile cresce grazie alle attività create nel credito (110, + 25%) e nel manifatturiero (151, +10%), con una tenuta nel commercio (507, -0,8%), nel turismo (158, -0,6%), settori entrambi con iscrizioni in calo nel Paese (- 12%). Tra Milano, Monza e Lodi, le imprese femminili sono 66 mila, di cui 11 mila  a Monza e 3 mila a  Lodi.

“Occorre sostenere la partecipazione delle donne all’economia di Milano. Si tratta di un elemento importante che caratterizza il nostro territorio e che contribuisce a sostenere la crescita. Presentiamo strumenti concreti per dare un contributo in questa direzione. Come Camera di commercio siamo attivi con un Comitato per l’Imprenditoria Femminile a supporto delle nuove idee imprenditoriali” ha dichiarato Erica Corti, della Camera di Commercio Metropolitana di Milano-Monza-Brianza-Lodi.

Aiuti concreti anche a livello regionale e nazionale

Oltre che il supporto della Camera di Commercio, l’attività imprenditoriale femminile può trovare diversi strumenti –  opportunità agevolative, finanziamenti di varia natura e programmi operativi di sostegno – anche a livello Regionale e nazionale. Le occasioni non mancano, quindi, basta saperle cogliere al meglio.