Turismo e agroalimentare, un binomio per valorizzare la destinazione Italia

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Mar 312021
 

Il 2020 è stato un anno di shock per il settore turistico, al punto che l’8% degli operatori ha deciso di non riprendere l’attività neanche dopo l’allentamento delle restrizioni. Se le scelte di viaggio sono determinate dai cambiamenti delle abitudini, sempre più legate al territorio, alla cultura e alle tradizioni locali, lo sviluppo del settore turistico, insieme all’agroalimentare, può fungere da motore per il rilancio dell’economia italiana post pandemia. In collaborazione con UniCredit Nomisma ha realizzato l’Osservatorio Turismo Nomisma-UniCredit, per analizzare i comportamenti dei turisti italiani durante l’estate 2020 e delineare appunto le potenzialità del “binomio” turismo e agroalimentare.

Un’offerta sempre più su misura

Nella scelta delle località preferite si è rivelato infatti fondamentale poter fare passeggiate all’aria aperta (44%), escursioni in bicicletta (18%), e sport nel verde 20%). Il 15% poi ha scelto un tour enogastronomico e il 10% ha visitato aziende agricole o fattorie didattiche, mentre il 50% di chi ha fatto almeno un viaggio tra giugno e agosto 2020 ha optato per località immerse nella natura, meglio se piccoli borghi (51%). Ma verso quali servizi si indirizzerà l’offerta rivolta ai clienti? Nel rapporto con il cliente diventerà necessario prevedere una maggiore flessibilità nelle politiche di cancellazione (38% degli intervistati), o addirittura un’assicurazione di viaggio per la copertura delle spese sanitarie (14%). Un altro elemento distintivo sarà l’offerta di proposte customizzate del soggiorno, o la garanzia di salute e benessere, come l’installazione di impianti di sanificazione e purificazione dell’aria.

Il legame con altri operatori del territorio, la cultura e le tradizioni locali

Il legame con gli altri operatori del territorio, ma anche con la cultura e le tradizioni locali è un altro degli asset su cui si concentrerà l’offerta dell’hospitality con il ritorno alla normalità. Il 28% degli operatori prevede di offrire tour enogastronomici sul territorio per far conoscere ai turisti le produzioni food & beverage locali. Il 24% proporrà menu che esaltino i prodotti locali e con materie prime a km0 e il 21% si concentrerà sulla proposta di tour del territorio divisi per target (giovani, coppie, family) così da migliorare la fruizione dell’esperienza.

Le parole chiave della ripartenza

Gli albergatori sono concordi sull’esigenza di rivedere l’offerta attuale (69%) e di ampliare i servizi destinati ai clienti (67%). Comunicazione, digitalizzazione, riqualificazione e relazioni di filiera sono le altre parole chiave della ripartenza. Per rispondere agli effetti indotti dalla pandemia, oltre 6 operatori su 10 individuano le strategie di marketing come leva fondamentale. Il 63% degli intervistati vuole digitalizzare il rapporto con il cliente, sia in fase di prenotazione sia dopo il viaggio, e per il 59% sarà strategico investire anche in percorsi formativi per aumentare le digital skill dello staff e del personale. La ristrutturazione della struttura ricettiva sarà invece un elemento chiave per il 59% degli operatori, mentre un altro 50% punta a un miglioramento energetico dell’esercizio.

Cos’è lo Spid e come funziona?

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Mar 162021
 

Come previsto dal decreto Semplificazioni dal 28 febbraio tutte le PA dovrebbero avere integrato il sistema Spid come strumento esclusivo di identificazione per accedere ai servizi digitali, insieme alla Cie. Altroconsumo ha condotto un’indagine per verificare lo stato di avanzamento del processo di adozione dello Spid, e ha rilevato che nonostante a dicembre 2020 le richieste dei cittadini siano arrivate a 15 milioni, al momento delle rilevazioni le PA che avevano adottato il sistema erano circa 6mila su 22mila. Inoltre, dagli ultimi dati dell’Agid emergono diverse criticità che contribuiscono al rallentamento del processo, e che costituiscono limiti di accesso per i consumatori.

Il 76% delle attivazioni avviene con modalità offline

Innanzitutto, nonostante il processo sia volto alla digitalizzazione dei servizi, il 76% delle attivazioni avviene con modalità offline, perché quasi tutti gli operatori non permettono un riconoscimento via webcam gratuito. Poiché gli ultra 65enni che hanno attivato il servizio sono meno del 5% del totale delle attivazioni sarebbe necessaria una rete di assistenza accessibile anche per le generazioni meno digitalizzate. Dall’indagine di Altrocunsuno emerge che l’operatore a cui ci si rivolge più frequentemente (80% dei casi) è Poste Italiane. In alcuni casi emerge poi che la ricezione del codice di sicurezza Otp, necessario per effettuare le procedure, comporta costi o limiti (se richiesto via sms). Inoltre, che è impossibile avere più identità digitali collegate allo stesso numero di telefono.

Cos’è il sistema pubblico di identità digitale?

Lanciato nel 2016, il sistema pubblico di identità digitale è un sistema di login unico per l’accesso ai servizi online della PA. Una volta richiesta e abilitata, l’identità Spid consente a cittadini e imprese di accedere ai servizi da qualsiasi dispositivo (pc, smartphone e tablet), riporta Adnkronos. Lo Spid, spiega Altroconsumo, è un sistema di identificazione che consente, attraverso l’utilizzo delle stesse credenziali (nome utente e password), di accedere a tutti i servizi pubblici online abilitati. Il potenziale vantaggio sta in una radicale semplificazione della PA, con dati anagrafici, certificati, cartella fiscale e sanitaria accessibili da casa, evitando code agli uffici pubblici e utilizzando un’unica registrazione.

A cosa serve e come richiederlo

Sono oltre 4.000 le amministrazioni che utilizzano Spid per identificare i cittadini ed erogare i propri servizi. Spid può essere utilizzato, ad esempio, per l’iscrizione dei figli alle scuole primarie e secondarie, portare a termine la richiesta del bonus cultura 18app, accedere a pagoPA, e accedere a molti servizi abilitati, tra cui l’anagrafe, la fatturazione elettronica, il fascicolo sanitario elettronico, i servizi di Inps e di Agenzia delle Entrate. Per richiedere le proprie credenziali Spid è necessario essere maggiorenni e seguire alcuni passaggi: scegliere il fornitore, ovvero uno degli Identity Provider accreditati, inserire i dati anagrafici, ed effettuare il riconoscimento. L’identità digitale viene confermata soltanto dopo l’identificazione, che può avvenire tramite webcam, di persona presso uno degli uffici del provider, tramite firma digitale, utilizzando la Cie o la carta nazionale dei servizi.

Mercato Tech, continua la crescita nonostante le nuove restrizioni

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Nov 162020
 

La seconda ondata della pandemia è ormai una realtà ma, nonostante le nuove restrizioni imposte dal Governo, il mercato italiano della Tecnologia di consumo continua a registrare un trend positivo.

Secondo i dati GfK sul Retail Panel Weekly, dal 19 al 25 ottobre (la prima settimana influenzata dalle chiusure dei centri commerciali non alimentari durante il weekend decisa dalle Regioni Lombardia e Piemonte), il mercato Tech è cresciuto del +34,8% rispetto allo stesso periodo del 2019. La crescita riguarda sia il canale online (+49,1% a valore) sia i punti vendita tradizionali (+31%). E le vendite risultano in crescita anche in Lombardia e Piemonte, anche se con trend meno positivi rispetto al resto del Paese.

Un trend positivo per tutti i segmenti

Il trend positivo riguarda tutti i principali settori della Tecnologia di consumo, con eccezione della Fotografia, che nella settimana considerata registra una contrazione del -18,5%. I dati GfK mettono in evidenza la crescita sostenuta del comparto IT e Attrezzature per ufficio (+96%), che negli ultimi mesi ha registrato vendite record legate alle nuove esigenze di smart working e didattica a distanza. Molto positivo anche l’andamento dell’Elettronica di Consumo (+48,5%), dell’Home Comfort (+29,9%) e del Grande e Piccolo Elettrodomestico, che segnano una crescita rispettivamente del +24,4% e del +16,8%. Crescita a doppia cifra anche per il segmento Telecom (+13,5%), il più importante per fatturato sviluppato.

Come si chiuderà il 2020? Difficile fare previsioni

Salvo ulteriori lockdown nel 2020 GfK però stima un trend piatto per il mercato globale. Il rapido diffondersi della seconda ondata di contagi non solo in Italia, ma anche in Europa e in altre zone del pianeta, rende infatti difficile fare previsioni rispetto alla chiusura del 2020. Nelle scorse settimane GfK ha rilasciato un forecast che prevede un andamento piatto della Tecnologia di consumo a livello mondiale (+0% rispetto al 2019), con un valore complessivo del mercato pari a 1 trilione di euro. La previsione si applica a uno scenario nel quale non vengano introdotti nuovi lockdown, con limitazioni alla mobilità simili a quelle della scorsa primavera.

Andamento differenziato per i singoli settori a livello globale

Nonostante il trend piatto del mercato complessivo l’andamento previsto per i singoli settori è differenziato. GfK stima infatti un calo del -6% a fine 2020 per il mercato Telecom, che rappresenta da solo il 40% del fatturato dei TCG. Il settore in assoluto più positivo sarà quello dell’IT e Attrezzature per ufficio, per il quale si prevede una crescita a valore del +15% a livello mondiale.

Un altro settore che ha registrato forti crescite durante l’anno è il Piccolo Elettrodomestico, per il quale si prevede una crescita a fine anno del +9% nel valore. Andamento più piatto per i settori dell’Elettronica di consumo e del Grande Elettrodomestico, per i quali si stima un trend rispettivamente del -1% e del -2% a valore rispetto al 2019.

Italia, a dicembre cala l’occupazione

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Feb 042020
 

Si chiude in negativo il 2019 sul fronte dell’occupazione. Come segnala l’ultimo rapporto dell’Istat, a dicembre dello scorso anno l’occupazione è risultata in calo rispetto al mese precedente, mentre l’inattività cresce e il numero di disoccupati aumenta lievemente in parallelo a un tasso di disoccupazione che rimane stabile. Il numero di persone occupate ha visto una riduzione di 75 mila unità (-0,3%), mentre il tasso di occupazione scende al 59,2% (-0,1 punti percentuali).

Sia uomini sia donne, dai 25 ai 49 anni

Il fenomeno è assolutamente democratico e la flessione dell’occupazione interessa uomini e donne, gli individui tra 25 e 49 anni (-79 mila), i lavoratori dipendenti permanenti (-75 mila) e gli indipendenti (-16 mila). Gli occupati aumentano tra i 15-24enni (+6 mila) e tra i dipendenti a termine (+17 mila), rimanendo sostanzialmente stabili tra gli ultracinquantenni. La leggera crescita delle persone in cerca di lavoro si registra tra gli uomini (+2,2%, pari a +28 mila unità) e tra gli under 50, a fronte di una diminuzione tra le donne (-2,2%, pari a -27 mila unità) e gli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione risulta tuttavia stabile al 9,8%; rimane invariato anche il tasso di disoccupazione giovanile (28,9%).

Sale il tasso di inattività

Un altro fenomeno preoccupante è quello relativo agli inattivi, una tendenza che purtroppo continua a salire. Nell’ultimo mese del 2019, infatti, la crescita degli inattivi ha riguardato sia gli uomini sia le donne e tutte le fasce d’età a esclusione dei giovanissimi tra i 15 e i 24 anni. Il tasso di inattività è così salito al 34,2% (+0,1 punti percentuali). Nel quarto trimestre sono però diminuiti lievemente sia le persone in cerca di occupazione sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-32 mila unità).

Il bilancio del quarto trimestre 2019

Per quanto riguarda l’occupazione, il quarto trimestre del 2019 ha registrato una leggerissima crescita (+0,1%, pari a +13 mila unità) tra le donne (+19 mila) e i dipendenti (+43 mila); segnali positivi si osservano anche per i 25-34enni (+12 mila) e gli over 50 (+48 mila). In calo dello 0,6% gli indipendenti (-30 mila). Rispetto a dicembre 2018 la crescita dell’occupazione(+0,6%, pari a +136 mila unità), coinvolge donne, uomini e tutte le classi d’età ad eccezione dei 35-49enni per i quali la diminuzione è imputabile al decrescente peso demografico. Aumentano anche i lavoratori dipendenti (+207 mila unità), soprattutto permanenti (+162 mila), mentre gli occupati indipendenti diminuiscono di 71 mila unità.

Milano meta prediletta di Tax Free Shopping

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Dic 172019
 

Negli ultimi sei anni il settore degli acquisti di lusso da parte dei turisti extra-UE è cresciuto del 5% a livello europeo, e del +7% nel nostro Paese. Il Tax Free Shopping sta diventando una leva sempre più importante per l’economia del mercato turistico europeo, e in Italia nell’ultimo anno il Tax Free Shopping è cresciuto più della media europea. Con Milano città preferita per gli acquisti di lusso, soprattutto dai turisti cinesi, russi e americani. È quanto emerge dai dati presentati da Global Blue, società nei servizi di Tax Free Shopping, durante il Shopping Tourism, l’appuntamento annuale dedicato al fenomeno dello shopping tourism in Italia, ideato e organizzato da Risposte Turismo, società di ricerca e consulenza a servizio della macroindustria turistica.

In Italia, da gennaio a ottobre +16%, rispetto al 2018

In particolare, in Italia, il Tax Free Shopping da gennaio a ottobre di quest’anno ha registrato un +16%, rispetto al 2018, a fronte di una media europea pari a +10%. Una crescita, quella osservata nel vecchio Continente, trainata principalmente dai viaggiatori statunitensi (+25%), seguiti dai viaggiatori provenienti dal Sud Est Asiatico (+15%) e da quelli dei Paesi del Golfo, che hanno fatto segnare una crescita del 13% nell’ultimo periodo, riferisce Askanews.

A Milano scontrino medio più alto (1.841 euro) da Hong Kong

Da gennaio a ottobre di quest’anno, Milano resta una delle mete di shopping predilette dai turisti internazionali. Amano fare shopping all’ombra della Madonnina, i cinesi (33%), i russi (11%) e gli americani (8%). I dati Global Blue evidenziano anche che nei primi dieci mesi del 2019 il capoluogo lombardo è stato destinazione anche di una serie di micro-nazionalità che complessivamente hanno pesato il 38% del totale dei volumi.  Per quanto riguarda i valori dello scontrino medio registrati da Global Blue a Milano tra gennaio e ottobre 2019 sono stati i turisti arrivati da Hong Kong ad aver speso mediamente di più (1.841 euro), seguiti da cinesi (1.458 euro) e dagli statunitensi (1.224 euro).

Il Quadrilatero della moda cresce dell’11%

Sempre secondo Global Blue, nei primi sei mesi del 2019 il Tax Free Shopping nel Quadrilatero della moda milanese ha registrato un incremento dell’11% rispetto allo stesso periodo del 2018. E i cinesi si confermano al primo posto tra le nazionalità che fanno shopping nel distretto, arrivando a rappresentare oltre il 30% del totale. Inoltre, tra gennaio e marzo del 2019 lo scontrino medio da parte dei turisti cinesi nel fashion district arriva a 2.192 euro. Nel primo semestre di quest’anno, riporta FashionNetwork, si sono registrate anche importanti crescite negli acquisti da parte dei turisti arabi (+62%), americani (+36%) e provenienti da Hong Kong (+36%). Il focus però è sulle nuove generazioni: nel 2025 i Millennial rappresenteranno il 55% del mercato. E anche qui, a farla da padrone saranno i giovani provenienti dalla Cina.

Design, la strategia anticrisi del Made in Italy

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Apr 292019
 

Oltre 192.446 imprese per un fatturato di circa 25 miliardi di euro. Questi i numeri europei del design nel 2017, un settore che si conferma come una delle più solide strategie anticrisi. Soprattutto per l’Italia, perché quasi una su sei di queste aziende parla la nostra lingua. Non è un caso che il design sia un marchio di fabbrica proprio del Made in Italy, contribuendo all’attrattività dei nostri prodotti a livello internazionale.

Anche grazie al design il Made in Italy oggi è il terzo marchio più conosciuto al mondo. E come spiega il report Design economy di Symbola, in collaborazione con Deloitte, nel 2017 le imprese del design italiano sono risultate le più numerose dell’area comunitaria, superando quota 30mila (30.828) e offrendo impiego a 50.226 lavoratori.

Imprese, occupati, e fatturato italiani crescono a un ritmo superiore alla media comunitaria

Rispetto all’anno precedente, nel 2017 in Italia, imprese (+5,6%), occupati (+1,9%), e fatturato (3,8 miliardi) sono cresciute a un ritmo superiore alla media comunitaria (fatturato +0,9% contro +0,6%), anche se questo non basta per colmare il divario con Germania (4,2 miliardi) e Regno Unito (6,2 miliardi).

Le imprese con meno di due addetti rappresentano ancora il 45% del totale. Un ruolo prevalente, quello delle piccole e piccolissime imprese, che tuttavia appare progressivamente in contrazione, grazie alla maggior dinamicità riscontrata dalle medie imprese del settore.

“Una nuova generazione di prodotti che risponda all’economia circolare”

“Il design Made in Italy – afferma il ministro per i Beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli – è una risorsa strategica e trasversale per il nostro Paese, un comparto dell’economia italiana in crescita, capace di connettere il mondo della progettazione con quello della produzione, della formazione, il settore del commercio con il turismo”.

Il design non è legato solo all’estetica: dall’ideazione di nuovi prodotti all’individuazione di nuovi mercati, fino alla ricerca di nuovi significati. Il design però è strategico anche per sviluppare una nuova generazione di prodotti che rispondano all’economia circolare: efficienza, minore impiego di materia ed energia, riciclabilità, riutilizzabilità. “Un passaggio fondamentale per una economia in grado di affrontare la grande sfida dei mutamenti climatici”, spiega il presidente di Symbola, Ermete Realacci.

Sul podio italiano del design Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte

Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte sono le regioni sul podio per la produzione di ricchezza e addetti legati al design, riferisce Adnkronos. In queste tre regioni risiede infatti oltre il 50% del valore aggiunto e degli addetti del settore. Seguono Veneto, Lazio e Toscana. Le imprese italiane di design si concentrano soprattutto là dove è più alta la produzione di made in Italy, a conferma del ruolo strategico che il design assume nel rapporto tra ideazione e produzione. In testa alla classifica delle province italiane c’è Milano, con un’incidenza dell’11,6%, seguita da Torino (6,5%) e Roma (5,6%), che da sole accolgono più di un quarto della base produttiva del comparto.

Detrarre l’auto dalle tasse: quando è possibile

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Ago 152018
 

Chi non vorrebbe poter dedurre dalla dichiarazione dei redditi la spesa sostenuta per l’acquisto dell’auto nuova? Di fatto esiste questa possibilità, ma non tutti ne possono approfittare. Detrarre l’automobile dalle tasse si può, ma solo in due casi: quando il proprietario è disabile, o lo è  un suo familiare, oppure nel caso l’automobile sia stata acquistata per la propria azienda o per la propria attività professionale.

I disabili hanno diritto a una detrazione Irpef del 19% sul costo dell’auto

Nel primo caso, ovvero quando si è portatori di handicap, o un appartenente del nucleo familiare risulti affetto da disabilità, è possibile portare in detrazione il veicolo acquistato grazie alla legge 104, che stabilisce il diritto per i portatori di disabilità di una detrazione Irpef pari al 19% del costo sostenuto, calcolato su una spesa massima di 18.075,99 euro.

La detrazione spetta solo una volta, e per un solo veicolo nell’arco di un quadriennio decorrente dalla data di acquisto. Se invece il veicolo è intestato al familiare disabile, questo deve essere fiscalmente a carico del proprietario dell’auto per beneficiare della detrazione.

I vantaggi per le aziende e i professionisti titolari di Partita IVA

Anche aziende e professionisti titolari di Partita IVA possono detrarre dalle tasse i costi sostenuti per l’acquisto e il mantenimento dell’auto aziendale. In questo caso, i termini per la detraibilità dell’IVA e per la deducibilità degli ammortamenti e delle spese d’impiego dipendono però dalle caratteristiche del veicolo aziendale e dall’uso che se ne fa, riferisce Adnkronos.

Come prima cosa è importante sapere che esistono diverse agevolazioni, a seconda del veicolo e del suo utilizzo. I veicoli immatricolati come autocarri per uso aziendale, e che non sono affidati ai dipendenti, e che posseggono un peso inferiore ai 35 quintali,  godono di una detrazione pari al 40% dell’IVA, mentre il costo è ammortizzabile al 20%, così come le spese d’impiego.

Quando l’IVA si detrae al 100%

Se il mezzo viene utilizzato esclusivamente per la propria attività professionale o d’impresa l’IVA si detrae al 100%. Il costo degli autocarri con peso uguale o superiore ai 35 quintali, invece, non si può dedurre, mentre l’IVA si detrae al 100%. Per le autovetture, ma anche per gli autocarri, di peso inferiore ai 35 quintali che dietro pagamento di corrispettivo vengono affidate ai dipendenti l’IVA si detrae al 100%, mentre il costo è ammortizzabile senza limiti al 70%.

Discorso differente per gli agenti e i rappresentanti: per questi, infatti, l’IVA si detrae del 100%, mentre per quanto riguarda la deducibilità dei costi questi si deducono per l’80% del massimale.

L’Unione Europea dice addio all’ora legale

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Mar 012018
 

Una risoluzione non legislativa approvata a Strasburgo con 384 voti favorevoli, 153 contrari e 12 astensioni, chiede alla Commissione Europea una valutazione dell’attuale sistema dell’ora legale. E se necessaria, una revisione delle norme in atto. Secondo una notizia Adnkronos varie iniziative di cittadini avrebbero evidenziato la preoccupazione per il cambiamento semestrale dell’orario che segna l’inizio e la fine dell’estate, e che attualmente si compie l’ultimo fine settimana di marzo e di ottobre. I deputati chiedono perciò alla Commissione Europea di condurre una valutazione approfondita della direttiva sull’ora legale e, se necessario, di formulare una proposta di revisione.

La necessità di mantenere un regime orario uniforme

Facendo riferimento alla necessità di evitare sistemi diversi di cambio orario in ogni Paese Ue, i deputati hanno anche affermato che è fondamentale mantenere un regime orario uniforme a livello Unione. L’attuale direttiva sull’ora legale, entrata in vigore nel 2001, prevede una data e un’ora comuni per l’inizio e la fine del periodo dell’ora legale in tutta l’Ue, al fine di garantire il corretto funzionamento del mercato interno.

La commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc ha sottolineato che “lasciare gli Stati membri liberi di applicare cambiamenti di orario senza coordinamento sarebbe dannoso per il mercato interno. Sono pertanto contraria a una soluzione del genere –  aggiunge la Bulc – che significhi semplicemente ritirare la direttiva, oppure lasciare che gli Stati membri lascino il regime armonizzato”.

Ora legale o meno, gli effetti sulla salute non sono dimostrati

Per quanto riguarda gli effetti sulla salute dell’ora legale, sottolinea la commissaria europea Bulc, “le evidenze scientifiche non portano a conclusioni certe sulle conseguenze per la salute umana. Alcune persone sembrano soffrire a causa del cambiamento di un’ora due volte l’anno, ma questo potrebbe benissimo essere compensato dagli effetti positivi sulla salute indotti dall’aumentata attività all’aperto. E non è chiaro se un’ora solare permanente o un’ora legale permanente sarebbero migliori per il bioritmo umano”.

Ai Paesi del Nord Europa l’ora legale non porta alcun vantaggio

Se il vantaggio di spostare indietro le lancette dell’orologio consiste nel poter approfittare di un’ora di luce solare in più, contro l’ora legale si sono schierati diversi Paesi, per lo più i Paesi nordici. Come ad esempio la Finlandia, che con l’introduzione dell’ora legale non godrebbe di benefici apprezzabili, dato che d’estate ha già luce naturale in abbondanza.

Lo sai che esiste il conto corrente gratis?

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Gen 262018
 

Anche se esiste già dal 2011, non sono in molti a conoscerlo nella realtà dei fatti. Eppure è una bella comodità, specie per chi ha redditi non proprio altissimi. Stiamo parlando del conto corrente base: si tratta di una versione del conto corrente classico “alleggerita” che permette ai titolari di effettuare tutte le principali operazioni di base, a tariffe particolarmente convenienti. Ad esempio, si potranno effettuare operazioni cosiddette ‘semplici’, come ricevere o effettuare bonifici o pagamenti oppure si potrà disporre di una carta bancomat. Non sarà invece consentito, per questa specifica formula di conto, utilizzarlo per la gestione di operazioni di risparmio. A fronte di alcuni limiti, però, il servizio potrà essere proposto senza alcun costo. A determinate categorie di persone, infatti, questo tipo di conto corrente deve essere offerto a titolo completamente gratuito.

Gratuito anche per i pensionati

Quali sono le tipologie di utenti alle quali il conto corrente è offerto senza costi? Ne hanno diritto i consumatori con Isee inferiore a 11.600 euro e i pensionati con assegni annuali non superiori ai 18mila euro. A stabilirlo è il decreto ministeriale n. 37 del 2017 sul quale il Consiglio di Stato ha recentemente dato parere positivo, ritenendo il testo “complessivamente coerente con le prescrizioni normative da attuare”.

Entrando nel dettaglio della norma, l’articolo 4 del decreto prevede che “il conto base venga offerto senza spese ai consumatori con Isee inferiore a euro 11.600” e l’articolo 5 stabilisce che “la gratuità delle spese – per quanto riguarda i consumatori pensionati – è limitata ai trattamenti pensionistici non superiori all’importo lordo annuo di euro 18.000”.

Cosa dice il Consiglio di Stato

Secondo i giudici del Consiglio di Stato, “il decreto legislativo n. 37 del 2017 ha quindi stabilito – precisando normativamente quanto già definito dalla convenzione stipulata per quanto riguarda l’Italia tra ministero dell’economia, Banca d’Italia e associazioni rappresentative dei prestatori di servizi di pagamento – che il conto di base deve includere un minimo predefinito di operazioni annue con canone ‘ragionevole’ e ‘coerente con finalità di inclusione finanziaria’, a cui si possono aggiungere altre operazioni con tariffe separate rispetto al canone annuale”. Inoltre il decreto – prosegue il Consiglio di Stato – individua “le fasce di clientela socialmente svantaggiate e i titolari di trattamenti pensionistici ai quali il conto di base è offerto senza spese nonché le condizioni e modalità per l’accesso ai conti di base gratuiti e le loro caratteristiche”.

Immigrazione? 4 italiani su 5 sono preoccupati

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Gen 102018
 

La società di ricerche Doxa ha svolto un’indagine sull’atteggiamento degli italiani nei confronti del fenomeno dell’immigrazione: il 78% dei nostri connazionali, in base alle risposte raccolte, risulta essere “preoccupato”. Diverso il sentimento nei confronti di chi, invece, scappa da guerra e terrorismo: i profughi vanno “accolti” per 7 persone su 10.

Posizioni più o meno uguali in tutta Italia

L’indagine rivela che esistono differenze pressoché nulle tra le diverse aree geografiche o, ancora, tra città grandi, centri medi e piccoli comuni. L’unica categoria in cui si registra un livello inferiore di preoccupazione è quella rappresentata da chi ha una scolarità elevata come i laureati: 64%, contro una media nazionale del 78%. In media, 8 italiani su 10 si dicono “preoccupati” in merito all’immigrazione.

Grandi città più accoglienti

Per 7 italiani su 10, però, chi scappa da guerre e terrorismo “va accolto”. E nelle grandi città, sopra i 100 mila abitanti, la percentuale dei favorevoli sale al 75%. Non solo. È curioso notare come alla domanda su un eventuale ordine del Prefetto di ospitare dei migranti nel proprio quartiere, il livello di preoccupazione scende al 45% su base nazionale. Anche in questo caso, molto più “aperti ad ospitarli” risultano i laureati (26% di tasso di preoccupazione), ma anche i giovani (41% i preoccupati under 35) e i residenti nelle grandi città (40% nei centri con oltre 100.000 abitanti, contro il 48% dei piccoli comuni fino a 10.000).

Regolari e clandestini, ecco le differenze

Per l’80% degli italiani va fatta una netta distinzione tra profughi e immigrati regolari (da una parte) e clandestini (dall’altra). Con un picco dell’87% tra i residenti delle regioni del Nord-Est. E ancora: per il 44% dei nostri connazionali “gli immigrati rappresentano una risorsa per il nostro Paese”. Invece, forse un po’ a sorpresa, risulta contenuta l’idea secondo cui gli immigrati siano una minaccia per l’occupazione: lo pensa meno di un italiano su 3.

Soprattutto sicurezza: ma i giovani sono più sereni

Sul tema immigrazione la questione veramente aperta, per gli italiani, è quella della sicurezza. Il problema più sentito su scala nazionale infatti è quello relativo all’ordine pubblico con il 60% del totale intervistati che si dice “molto o abbastanza preoccupato”. Molto più sereni i giovani, per i quali la preoccupazione scende al 50% nella fascia 15-34enni. I più preoccupati sul fronte sicurezza sono gli abitanti del Nord-Est con un picco del 69%. E quelli dei centri urbani di taglia “media” ossia dai 10.000 ai 100.000 abitanti: 66%.