Arriva la Carta famiglia, un nuovo aiuto dal Governo

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Ago 102020
 

A oggi le misure a favore del nucleo familiare in vigore sono diverse, dal reddito di cittadinanza al premio nascita, dal bonus bebè al buono nido, dalle detrazioni fiscali agli assegni familiari. Nel 2021 però, la maggior parte di queste misure saranno abolite, e sostituite dall’assegno unico familiare. Un nuovo sussidio in parte commisurato all’Isee che spetta per ogni figlio del nucleo famigliare. Tra le misure che non saranno sostituite dall’assegno unico è presente la Carta famiglia. Una carta che dà diritto a particolari sconti per l’acquisto di beni e servizi, a favore di tutti i membri del nucleo. Ma di cosa si tratta? E chi ne ha diritto?

La Carta famiglia DL 9/2020 anche per tutti i nuclei con almeno un figlio a carico

Come ricorda la leggepertutti.it, richiedere la carta famiglia è semplice e veloce, ma è indispensabile essere in possesso dello Spid, cioè dell’identità digitale.

La carta è destinata alle famiglie numerose, con almeno 3 figli. Per il 2020, però, considerata l’emergenza sanitaria dovuta all’epidemia di coronavirus, il Governo ha previsto la possibilità di richiedere la carta per tutte le famiglie con almeno un figlio a carico. Le domande possono essere inviate dal 31 marzo 2020, per tutto l’anno. La carta famiglia Covid, cioè la carta famiglia DL 9/2020, scade infatti il 31 dicembre 2020. Chi fa parte di una famiglia con almeno 3 figli conviventi deve richiedere perciò la carta famiglia 2020, mentre chi ha 1 o 2 figli a carico deve richiedere la Carta famiglia DL 9/2020.

L’Isee non è più richiesto

In passato, per ottenere la carta famiglia era necessario risultare in possesso di una dichiarazione Isee in corso di validità. La dichiarazione Isee, o Dsu (dichiarazione sostitutiva unica), è indispensabile per ottenere gran parte dei benefici di carattere pubblico. Dall’attestazione elaborata dall’Inps sulla base dei dati dichiarati, infatti, emergono diversi indicatori del patrimonio e del reddito della famiglia, tra i quali appunto l’Isee, indicatore della situazione economica equivalente. Attualmente, l’Isee non è più richiesto per la carta famiglia, né sono previsti importi massimi di reddito o patrimonio per ottenerla.

I genitori hanno diritto alla carta anche se non sono sposati e non convivono. Il genitore richiedente deve però convivere con almeno un figlio a carico. I cittadini di un qualsiasi Stato membro dell’Unione Europea possono chiedere la carta alle stesse condizioni poste per i cittadini italiani.

Sono necessarie le credenziali Spid

Se il richiedente soddisfa i requisiti previsti dalle attuali disposizioni, può ottenere la carta registrandoti al portale web Cartafamiglia.gov.it utilizzando le proprie credenziali Spid personali. In base alla nuova disciplina, non sono più previsti limiti riguardo ai beni e ai servizi per i quali è possibile fruire di sconti e agevolazioni. Nel sito web Carta famiglia è presente l’elenco completo dei punti convenzionati. E per beneficiare dei vantaggi della Carta famiglia, al momento del pagamento, nel punto vendita convenzionato, bisogna mostrare il codice identificativo della carta. Il cassiere controllerà se la carta è attiva e registrerà lo sconto spettante, che non può essere inferiore al 5%. Non è indispensabile stampare la carta, si può anche salvarla formato immagine su smartphone o tablet.

Covid-19, il 99% delle imprese rispetta i protocolli, ma aumentano i costi

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Lug 142020
 

Dalla distanza fisica alle misure igieniche, dalle politiche di accesso ai luoghi di lavoro ai piani di emergenza, il 99% delle imprese che hanno ripreso l’attività dopo il lockdown ha adottato un protocollo sulla sicurezza Covid19, che definisce le regole per il rientro al lavoro. Quasi la metà ha però optato per un protocollo aziendale, che permetta di adattare le regole alle esigenze della propria realtà, e 4 su 10 si sono adeguate a quello previsto a livello nazionale.

Non mancano però i problemi nell’applicazione concreta dei protocolli. Il 64% delle imprese ha infatti avuto difficoltà a reperire dispositivi di protezione individuale, come mascherine, guanti o occhiali, e oltre la metà si trova ad affrontare un aumento dei costi. E non tutte le aziende hanno accompagnato le nuove regole con piani di formazione dedicati.

Solo l’1% non ha adottato alcun protocollo

Sono i risultati dell’indagine condotta tra il 17 e il 21 giugno da Randstad N.V., The Adecco Group e ManpowerGroup, su oltre 1.000 imprese di diversi settori economici con sede in tutta Italia. Dall’indagine, riporta Adnkronos, emerge inoltre che il 79% ha ripreso completamente l’attività nella fase 2, e di queste, solo l’1% non ha adottato alcun protocollo sulla sicurezza Covid19. Nello specifico, il 46% delle imprese ha optato per un protocollo aziendale, il 39% per uno nazionale, e il 7% ha scelto il protocollo di settore. Il 5%, il protocollo territoriale e l’1% si è affidato ad altre procedure.

I protocolli aziendali hanno una maggiore incidenza nel Sud

Analizzando le risposte per area del Paese, settore e dimensione d’impresa, emergono alcune differenze significative. I protocolli aziendali hanno una maggiore incidenza nel Sud Italia, dove sono applicati dal 60% delle attività, mentre quelli nazionali risultano particolarmente diffusi nel commercio, anche per la limitata dimensione di molte imprese del settore. Non a caso, i protocolli aziendali (che richiedono più investimenti e adeguata organizzazione) sono la grande maggioranza nelle realtà con oltre 500 dipendenti.

Non mancano le difficoltà nell’applicazione concreta dei protocolli

Nell’applicazione concreta dei protocolli, però, non mancano le difficoltà. Il 64% delle aziende lamenta problemi nel reperire i dispositivi di protezione individuale, e il 55% un incremento dei costi per l’adeguamento alle disposizioni. Solo l’8% ha avuto difficoltà nella condivisione delle regole con i dipendenti. I problemi nel far fronte al fabbisogno di mascherine e altri strumenti di protezione si evidenziano in particolare tra le aziende dell’industria e quelle del Sud Italia, mentre sono meno sentiti nelle grandi aziende con oltre i 1000 dipendenti che possano vantare migliori capacità di approvvigionamento.

Gli italiani vogliono tornare a lavorare la terra

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Giu 262020
 

Nelle ultime settimane sono aumentate le ricerche di lavoro nel settore agricolo. Un boom per il ritorno alla terra, insomma, tanto che da quanto emerge nell’analisi condotta da Indeed, il portale per chi cerca e offre lavoro, nel mese di maggio tra le parole chiave più usate per la ricerca di un lavoro compaiono quelle per l’agricoltura. Il termine “raccolta frutta”, ad esempio, è aumentato del 1742% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Secondo lo studio però risultano in crescita anche le ricerche relative al lavoro a distanza e i lavori disponibili immediatamente. Dati che indicano come con l’intensificarsi della crisi economica in molti cerchino lavoro anche in nuovi settori, spingendosi verso posizioni diverse rispetto al passato.

La parola chiave lavoro agricolo segna +1035%

Picchi significativi sono stati registrati anche per ricerche come lavoro agricolo, in aumento del +1035% rispetto all’anno passato, operai raccolta (+ 824%), e aziende agricole (+ 562%).  Anche le ricerche relative al lavoro a distanza continuano a giocare un ruolo chiave per gli italiani, con termini come smart working, in crescita del 10.300% rispetto allo scorso anno, e lavoro da casa, online, cresciuto del 3.092%, oltre a lavoro da remoto, in aumento del 725%, riporta Adnkronos.

Prendere in considerazione occupazioni in ambiti diversi

Analogamente si è evidenziata una tendenza a ricercare termini come “tutti i lavori” (+ 490%) e “lavoro subito” (+325%), un segnale che indica che la ricerca di lavoro non può essere procrastinata, spingendo le persone a prendere in considerazione anche occupazioni in ambiti diversi da quelli della propria professione.

“I dati mostrano chiaramente l’enorme interesse per lo smart working, nonché una rinnovata attenzione per settori come l’agricoltura – commenta Dario D’Odorico, Senior Director di Indeed -. Con l’evolversi della crisi abbiamo visto persone in tutto il Paese adattare la propria attività lavorativa alle nuove condizioni. Molti di coloro che hanno perso il lavoro hanno acquisito negli anni competenze preziose che possono essere impiegate anche in altri settori”.

Un tag da aggiungere al cv per segnalare l’immediata disponibilità a lavorare

“In questo momento storico è più importante che mai aiutare le persone a trovare lavoro, fornendo loro le risorse di cui hanno bisogno”, sottolinea ancora la piattaforma che fa incontrare richieste e offerte di lavoro. Tanto che ha introdotto una nuova funzione, il tag #disponibileimmediatamente, da aggiungere al proprio curriculum per segnalare l’immediata disponibilità a lavorare. In questo modo, i datori di lavoro con posizioni aperte da ricoprire con urgenza possono cercare tra i candidati subito disponibili.

Mondo pet, un mercato da 2 miliardi di euro

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Mag 252020
 

Il pet food è un mercato in crescita. Con 2,8 punti percentuali in più rispetto al 2019 è un mercato da oltre 2 miliardi di euro, per un totale di 556.424 tonnellate vendute. Gli alimenti industriali confezionati sono il 96,97% dei prodotti totali venduti per la cura degli animali domestici. L’attenzione per il benessere dell’animale prescinde infatti dalla specie e dalla tipologia dei prodotti acquistati, e Internet è il primo canale d’informazione per valutare e confrontare i prodotti prima dell’acquisto.

È quanto emerge dalla 13a edizione del Rapporto Assalco – Zoomark, svolto in collaborazione con Zoomark International, il Salone internazionale b2b di prodotti e attrezzature per gli animali da compagnia di BolognaFiere. Tra le tendenze evidenziate dal rapporto, quella di non limitarsi a possedere un solo animale, tanto che tra i proprietari intervistati la media è di 2,16 animali da compagnia per famiglia.

Il rapporto tra la popolazione italiana e i pets è di 1 a 1

Tra 29,9 milioni di pesci, 12,9 milioni di uccelli, 7,3 milioni di gatti, 7 milioni di cani, 1,8 milioni di piccoli mammiferi e 1,4 milioni di rettili si stima che siano 60,3 milioni gli animali domestici presenti nelle case degli italiani. In pratica il rapporto tra la popolazione e i pets è pari a 1 a 1.

Le famiglie dei proprietari di animali da compagnia secondo il report sono composte mediamente da un numero più elevato di membri (3,4 componenti), rispetto alla media nazionale, che si attesta a 2,3.

La maggioranza dei proprietari (58%) vive in un appartamento, e il 55% ha bambini o ragazzi in famiglia, ma la percentuale sale al 73% nelle case in cui è presente un piccolo mammifero, come conigli, cavie, cincillà, criceti, furetti, roditori.

Accessori tecnologici, dalla lettiera autopulente al collare con Gps

Per il benessere dei pet non si bada a spese, sia che si tratti di alimentazione, snack o prodotti per l’igiene, sia di accessori, specie quelli che favoriscono l’autonomia del cane e del gatti, e il loro sviluppo mentale.

L’innovazione nel mondo degli accessori però passa anche attraverso dispositivi elettronici, che forniscono un aiuto al proprietario del pet sfruttando la tecnologia. Quest’anno la tendenza è ad acquistare lettiere autopulenti per i gatti, pettini elettronici per la pulizia del pelo e l’eliminazione dei parassiti, o collari con GPS adatti a fido e micio.

I pet e il Covid-19

Il rapporto contiene anche un focus sull’emergenza coronavirus, e conferma come non esista alcuna evidenza scientifica che gli animali da compagnia giochino un ruolo nella diffusione del Covid-19. Al limite è il contrario, perché alcuni animali sono stati contagiati accidentalmente dai proprietari.

Tutti i benefici sull’umore derivanti dalla compagnia di un animale invece sono stati confermati. Gli animali da compagnia contribuiscono alla gioia e al benessere dei proprietari, soprattutto in periodi di stress come quelli che stiamo vivendo.

In assenza di sintomi riferibili a Covid-19, e se non si è in isolamento domiciliare, passare del tempo con il proprio animale o accompagnare il proprio cane nell’uscita quotidiana contribuisce a mantenere in salute entrambi.

Cambiano le abitudini di acquisto in Italia, durante il lockdown più videogames

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Apr 282020
 

Durante le settimane di lockdown aumentano le transazioni per i videogiochi, le piattaforme di streaming, gli store online, come Amazon, e scendono quelle al supermercato. Questo è quanto rileva l’app finanziaria Revolut, che analizza la variazione delle abitudini di spesa di oltre 400.000 utenti italiani durante le ultime settimane. Più in particolare, i dati raccolti dall’app mettono a confronto i comportamenti di acquisto di inizio marzo con quelli di inizio aprile 2020. E da quanto risulta dall’analisi sembra che lo stare a casa abbia invogliato molte persone a giocare ai videogames e ad approfittare di diverse tipologie di servizi online. Tanto che gli esercenti che hanno registrato tra i più alti incrementi nel numero di transazioni hanno visto aumentare la popolarità di Steam Games (+270%), Playstation (+188%) e Nintendo (+86%).

Più transazioni per i servizi di streaming e i retailer online

Per lo stesso motivo sono aumentate anche le transazioni relative ai servizi di streaming, da Netflix (+26%) a Spotify (+13%) passando per le piattaforme che ne facilitano la condivisione, come Together Price (+16%).  Anche i retailer come Aliexpress (+90%), Apple (+37%) e Amazon (+38%) hanno registrato un aumento significativo delle transazioni, probabilmente anche dovuto, in parte, al fatto che diverse persone si sono dovute organizzare per il lavoro da casa durante il lockdown.

Le visite ai supermercati diminuiscono, ma aumenta la spesa

Mentre i dati indicano che le persone hanno effettuato il 48% in meno di transazioni presso i principali supermercati, l’importo totale speso è del 21% più alto. Questa tendenza si riscontra in tutta l’Italia, senza particolari differenze tra piccoli e grandi centri urbani. Ciò indica che nonostante la popolazione stia acquistando meno spesso acquista più prodotti del solito, poiché rimanendo a casa non mangia fuori, in ufficio o a scuola, riporta Adnkronos. Quasi tutte le principali catene della gdo, secondo Revolut, hanno infatti registrato il decremento delle transazioni, ma un aumento della spesa.

Nelle ultime settimane scende il volume della spesa

Fra le principali catene della grande distribuzione organizzata, Auchan segna un -44% per le transazioni a fronte di un +19% di ammontare di spesa, Carrefour -46% di transazioni e +37% per l’ammontare speso, Conad -33% transazioni e ammontare speso +61%, Coop -34% e +49%, Pam Local -45% e +49%, Penny Market -26% e +72%. I dati mostrano anche che il volume della spesa presso i supermercati è aumentato del 34% durante la prima settimana di lockdown rispetto alla precedente, ed è sceso gradualmente durante le settimane successive anche fino a -15% alla fine di marzo.

Scuola online, da emergenza a consuetudine

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Mar 302020
 

La didattica online è entrata nella quotidianità di studenti e docenti. Se all’inizio della crisi Covid-19 veniva coinvolto solo 1 studente su 5 nelle zone rosse, ora si è passati alla quasi totalità dei ragazzi. L’ultima rilevazione dell’Osservatorio Scuola a Distanza, realizzato settimanalmente dal portale Skuola.net a partire dall’inizio dell’emergenza, attesta che sono poco meno di 9 studenti su 10 a utilizzare lo smart learning. Solo alle scuole medie si fa più fatica. Qui è il 77% degli studenti a essere online, contro il 90% registrato nell’ultimo triennio delle superiori.

Il gap tra Sud e Nord è nel tipo di strumenti utilizzati

Stentano a decollare, invece, le verifiche online. Solamente 1 studente su 4 ha già sperimentato interrogazioni o compiti in classe da remoto, ma probabilmente è solo questione di tempo, perché in una sola settimana la percentuale è quasi raddoppiata. Il gap tra Mezzogiorno e regioni settentrionali, tuttavia, rimane, e si riscontra nel tipo di strumenti utilizzati. Nelle classi del Nord, abituate a infrastrutture più stabili, ma anche da più giorni alle prese con le chiusure, si sono invece definitivamente affermate le piattaforme maggiormente evolute per effettuare lezioni interattive in video conferenza, sfruttate dal 58% degli studenti. Il 15%, però, continua a restare escluso dal cambiamento interagendo con i docenti tramite semplici e-mail, gruppi WhatsApp e social network.

Video-lezioni, compiti da correggere online, materiali di approfondimento

Al Sud è ancora il registro elettronico il cardine su cui quasi sempre poggia la didattica a distanza (47%), ed è solo il 30% che si affida alle piattaforme di ultima generazione. Oltre la metà (51%) degli alunni del Nord (qualcosa meno alle medie) assiste invece a video-lezioni svolte in diretta dagli insegnanti, ma al 35% vengono semplicemente assegnati compiti da fare subito e da correggere online. E poco più di 1 su 10 si deve accontentare di materiali di approfondimento suggeriti dai prof. Al Sud, al contrario, sono gli esercizi a distanza quelli più presenti (54%), il 23% può confrontarsi col docente in diretta streaming e fredda assegnazione di compiti per quasi 1 su 4, riporta Ansa.

Anche al Centro la correzione a distanza degli esercizi è la più gettonata è (46%), il 34% riesce a fare lezioni interattive, e il 20% si ferma al passaggio di materiali.

Il nemico principale è la distrazione 

Resta comunque il fatto che agli studenti non piace questo modo di fare scuola. Solo per il 48% può tranquillamente sostituire la didattica frontale.

Il nemico principale dello smart learning è la distrazione. Il 35% degli studenti dicono che a casa non riescono a mantenere la concentrazione, e il 24% non riesce a capire fino in fondo le spiegazioni. Il 19%, poi, si lamenta che potrebbe risultare falsata la valutazione da parte degli insegnanti. E c’è un 13% (il 23% alle medie) che non è ancora partito con la didattica a distanza.

Lavoratori e servizi di welfare aziendale. I risultati di una ricerca

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Feb 212020
 

Analizzare l’impatto dell’inserimento dei provvedimenti di welfare aziendale sui lavoratori e le loro famiglie, e individuare le misure per fare in modo che risponda ai propositi originari dei provvedimenti. Ovvero, aumento del benessere del lavoratore, incremento della produttività aziendale e integrazione con il welfare pubblico. Si tratta degli obiettivi di un’indagine, realizzata da Nomisma in collaborazione con Cgil, sulla valutazione e l’utilizzo dei servizi di welfare aziendale da parte dei lavoratori. La ricerca riguarda circa 70 aziende, la maggior parte con oltre 250 dipendenti, e un campione di 1.822 lavoratori, suddivisi tra impiegati (49%), operai (45%) e quadri (6%).

La conoscenza dei servizi e chi ne usufruisce

Più di un terzo degli intervistati risponde di essere pienamente consapevole dell’argomento, ma il 9% dichiara di non essere affatto a conoscenza delle iniziative. I meno informati risultano gli operai, con il 28% che dichiara di conoscere poco o nulla del tema, contro il 20% degli impiegati e l’8% dei quadri. Inoltre, se il 55% dei lavoratori coinvolti fruisce delle prestazioni di welfare aziendale all’aumentare dell’inquadramento e del titolo di studio aumenta anche la fruizione (quadri 66%, e laureati 62%). A usufruirne di più sono le donne (61%) e le famiglie con figli (59%). Per quanto riguarda i motivi del mancato utilizzo dei servizi, il 39% ritiene che tali strumenti non intercettino gli attuali bisogni, e il 38% preferisce ricevere somme in denaro.

La valutazione dei lavoratori

L’insieme dei servizi di welfare aziendale messi a disposizione dalle aziende è ampio e variegato. Gli interventi che presentano il maggior grado di soddisfazione sono la mobilità casa-lavoro, i mutui e i prestiti, oltre ai servizi su educazione e istruzione. Tra quelli maggiormente diffusi fringe benefit (28%), educazione e istruzione (25%), previdenza assicurativa (21%) e assistenza sanitaria (20%). In ogni caso dalla ricerca emerge una valutazione positiva rispetto all’utilità delle iniziative di welfare (70%). Tra gli utilizzatori, il 70% ritiene che l’introduzione di tali provvedimenti abbia comportato benefici in termini economici e il 43% di benessere generale. E per il 31% il welfare ha contribuito a migliorare il rapporto con l’azienda, mentre per il 27% ha agevolato il senso di appartenenza del dipendente all’impresa.

Il conflitto tra le reali esigenze delle persone e la capacità di soddisfarle

Nonostante la generale valutazione positiva sui benefit sembra che il welfare non stia ancora esprimendo appieno le proprie potenzialità. Si evidenzia, infatti, il conflitto tra le reali esigenze delle persone e la capacità di questi strumenti di soddisfarle. È necessario quindi intervenire per evitare che il welfare aziendale si trasformi in una mera misura di beneficio fiscale dagli impatti contenuti, recuperando la funzione sociale dello strumento e rendendolo coerente con i fabbisogni dei lavoratori. L’impresa dovrebbe prendere atto che si tratta di un potente meccanismo in grado di aumentare la produttività, migliorare il clima aziendale e rafforzare il senso di appartenenza.

La meditazione combatte lo stress al lavoro

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Dic 262019
 

Carichi di lavoro eccessivi, precarietà vissuta anche da chi ha un contratto a tempo indeterminato: lo stress lavorativo è un problema che colpisce anche chi un lavoro non ce l’ha. Secondo una ricerca pubblicata dalla Caba sul portale britannico The Sun, nove adulti su dieci affermano di essere vicini al burnout mentale, di sentirsi stressati per quasi un terzo dell’intera giornata lavorativa, e di perdere cinque ore di sonno alla settimana per via delle pressioni quotidiane. Per questo motivo gli esperti consigliano di ricorrere alla meditazione. Secondo i quali basta mezz’ora di meditazione al giorno per ridurre i livelli di stress, rilassarsi, e aumentare il tasso di concentrazione.

Una pratica che ha accompagnato imprenditori come Jeff Weiner  e Steve Jobs

La meditazione contribuisce a migliorare la produttività generale nelle aziende e, secondo un report dell’American Heart Association, anche a ridurre i processi biologici che portano al decesso cardiovascolare. Si tratta di una pratica che ha accompagnato quotidianamente alcuni dei più grandi imprenditori della storia, da Jeff Weiner, CEO di Linkedin, a Jack Dorsey, co-fondatore e CEO di Twitter, e Steve Jobs, co-fondatore di Apple.

“Cercare ogni giorno uno spazio di silenzio e immobilità è fondamentale per uscire dal tritacarne delle cose da fare che finisce per paralizzarci – spiega Andrea Di Terlizzi, fondatore della casa editrice Inner Innovation Project nonché esperto di Yoga e Scienze Antiche in Italia -. Dalla meditazione proviene la calma che rende lucida la mente e porta equilibro nelle emozioni”.

Calmare il flusso di pensieri e sentirsi più rilassati

“Così come il corpo ha bisogno di riposo, anche la mente trae giovamento da una pausa, ma per farlo bisogna attivare una funzione della coscienza ovvero la consapevolezza – continua Di Terlizzi -. Bastano 15 minuti al giorno di meditazione per calmare il flusso di pensieri e sentirsi più rilassati. Ovviamente si tratta di un approccio elementare alla disciplina, ma iniziare in questo modo può dare risultati importanti sotto il profilo psicologico e psicofisico. Facendolo, ognuno potrà stabilire se cercare un insegnante per approfondire”.

Una ricerca della National Center for Health Statistics e pubblicata su Psychology Today, conferma inoltre che la meditazione regola il funzionamento della corteccia prefrontale, permettendo il controllo dei pensieri e delle emozioni negative.

Migliorare i rapporti sociali con i colleghi e ridurre la negatività Non è tutto. Secondo una ricerca dell’Organisational Behaviour and Human Decision Processes e pubblicata su USA Today, riporta Ansa, la meditazione migliora anche i rapporti sociali con i colleghi e riduce la negatività. “Imparando a calmare il corpo e la mente si può gestire in maniera accurata lo stress fisico e psicologico, affrontando i problemi della routine quotidiana, soprattutto a livello lavorativo”, spiega Willem Kuyken, professore di psicologia alla Oxford University. Per questo motivo sono sempre più numerose le aziende che hanno implementato la meditazione all’interno del programma di benessere per i dipendenti.

Giovani, dalle aziende (anche del lusso) vogliono sostenibilità

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Nov 172019
 

La sostenibilità è sempre di più un criterio guida nelle scelte di consumo degli italiani. Certo, non si parla ancora di priorità assoluta, ma l’attenzione all’ambiente e all’aspetto etico degli acquisti iniziano ad essere importanti per i consumatori, specie quelli più giovani. A rilevare che la sostenibilità acquisti un valore sempre più significativo, soprattutto tra i Millennials, è un sondaggio condotto dalla Research di Deutsche Bank e pubblicato di recente nel report What consumer want, presentato alla 24esima edizione del Fashion Summit organizzato da Pambianco Strategie di Impresa in partnership con Deutsche Bank.

La produzione in Italia è in gran parte sostenibile

Per le aziende italiane si tratta di una opportunità, perché sono già in gran parte “dettate” in questa direzione. David Pambianco, CEO dell’omonima società, ha sottolineato che la produzione in Italia è altamente sostenibile: produzioni artigianali, tracciabilità della filiera, legame con il territorio, tutela dei lavoratori sono tutti aspetti che caratterizzano la nostra industria. Erika Andreetta, Partner PwC, ha presentato la ricerca: “Millennials e Gen Z: qualità e sostenibilità senza compromessi”, per la quale oltre il 40% dei giovani sono “Attivisti Personal & Planet Health”. Il 90% degli intervistati nel loro complesso è infatti disposto a pagare un premium price per prodotti fashion etici e sostenibili. Per Francesca Di Pasquantonio, Head of Global Luxury Research di Deutsche Bank, quello tra sostenibilità e lusso è “un rapporto complicato”.

Tutela dell’ambiente prioritaria per i Millennials

La tutela dell’ambiente preoccupa in particolare le generazioni più giovani, che tra Gen Z (2.6 miliardi di individui) e Millennials (2.14 miliardi) costituiscono il 64% della popolazione mondiale e che, secondo le stime di Deutsche Bank, entro il 2020 rappresenteranno circa il 40% della domanda di beni di lusso mondiale. La strada verso il lusso responsabile, scrive l’Ansa, passa quindi attraverso la profilazione di una nuova figura di consumatore più critico nella scelta di cosa acquistare, più attento e informato. La notorietà e il prestigio del brand restano ancora i criteri fondamentali delle scelte di acquisto ma le considerazioni sull’impatto dello stesso su ambiente e salute, il trattamento dei lavoratori, l’orientamento sociale e etico stanno assumendo un ruolo sempre più importante. La sostenibilità sta quindi diventando un pilastro del brand equity. Volenti o nolenti i brand del lusso, devono tenerne conto. E questo sembra essere un processo irreversibile.

Second hand e noleggio per “contingentare” gli sprechi

I ragazzi stanno poi rivalutando nuove formule antispreco. Tra i nuovi modelli di business, emergono il noleggio e il mercato dell’usato: anche in questo caso sono le generazioni più giovani, soprattutto nei paesi maturi, a guidare il cambiamento: il 68% della Gen Z e dei Millennials intervistati ha acquistato un prodotto di lusso di seconda mano e il 50% ha noleggiato prodotti negli ultimi 12 mesi.

Rompere il cellulare, l’estate è la stagione più pericolosa

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Ott 142019
 

L’estate la stagione più pericolosa per i nostri smartphone. È durante le vacanze infatti che si verificano gli episodi più dannosi per i nostri cellulari. Tra tuffi in mare, sabbiature non richieste e cadute improbabili è nella stagione calda che si registra il più alto picco di rotture dei cellulari d’Italia. Tanto che la top ten delle regioni italiane più a “rischio rottura” conferma al primo posto la Sardegna, sul podio insieme a Lazio ed Emilia Romagna, rispettivamente al 2° e 3° posto. A seguire Campania, Toscana, Puglia, Veneto, Trentino, Liguria, mentre la regione con i più attenti è stata il Molise.

La causa più diffusa è la classica caduta in acqua

A stilare la classifica delle regioni e delle nazioni dove si sono rotti più telefoni è il centro studi statistico di iFix-iPhone.com, network di centri specializzati in riparazione smartphone.

“Il luogo più pericoloso rimane sempre la spiaggia e la causa più diffusa la classica caduta in acqua, mentre sorprende l’alto numero di smartphone dimenticati sul tettuccio dell’auto con la disastrosa conseguenza di vedere gli smartphone cadere alla prima frenata ed essere calpestati dai veicoli”, spiega Joseph Caruso, responsabile del centro statistico iFix-iPhone.com.

Spagna, Grecia e Francia sul podio per numero di “incidenti”

In testa alla classifica delle nazioni più “sfortunate” si piazza la Spagna, seguita dalla Grecia, le mete più gettonate dai giovanissimi. Che però si sono rivelati i più attenti, poiché le richieste di assistenza per la fascia 18-24 anni è stata solo dell’11,26%. Al terzo posto si colloca la Francia, dove si sono svolti i mondiali di calcio femminile. Forse,  come l’anno scorso per i tifosi croati, i festeggiamenti hanno involontariamente contribuito a far salire il numero di incidenti. La Francia però è anche la meta preferita dai 25-35enni, che anche quest’anno guadagnano la fascia dei più distratti, con un boom di richieste del 29,85%. A seguire gli Usa, Albania, Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Turchia, e infine l’Irlanda.

Uomini più distratti delle donne

Per quanto riguarda i generi, a dispetto dello scorso anno, sono stati gli uomini a rompere più dispositivi (59.15%) rispetto alla donne (40,85%), mentre i luoghi in cui si sono verificate le maggiori rotture sono stati il mare e il lago, più che la montagna, i locali notturni e la casa, principalmente in cucina e in bagno.

“I nostri dati ci dicono che sono i mesi estivi quelli a maggior rischio per i cellulari, a causa dei maggiori trasferimenti e distrazioni – commenta Joseph Caruso -. Eppure per evitare di rovinarci le vacanze basterebbe seguire alcuni semplici accorgimenti, adottando qualche accortezza in più, come per esempio acquistare custodie antiurto o impermeabili oppure evitare di lasciare lo smartphone al sole”.